Visualizzazione post con etichetta studio Ghibli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta studio Ghibli. Mostra tutti i post

domenica 26 luglio 2015

Inside Out | Quando c'era Marnie | Recensione

Lo so che non si fa, che non si danno recensioni di film usciti in altre parti del mondo.
Ma io soffro di pressione bassa, la mia estate vuol dire fare lo zombie da una stanza all'altra perché in Sardegna ci sono sempre e comunque sui 30/36° ed io ne soffro tanto, non vivendo vicino al mare e non potendo passare le mie giornate ad impanarmi sulla sabbia e sbollire nell'acqua. In più i miei non c'erano e la mia voglia di studiare era come la mia pressione: sotto le scarpe. Quindi entro in uno dei tanti siti di streaming e non c'è niente di nuovo, niente di interessante per me in un periodo in cui stanno uscendo un sacco di film horror ma io soffro di una forma abbastanza forte di paura del buio e quindi mi devo orientare altrove.
Alla fine non ho resistito e mi sono guardata due cartoni, due generi completamente diversi. In lingua originale, cosa che mi fa bene perché studio lingue e mi fa male perché odio i sottotitoli e soprattutto amo il doppiaggio italiano


Inside Out (2015, USA, P. Docter & R. del Carmen) è l'ultima fatica della Disney Pixar, che uscirà in Italia il 16 Settembre, quindi c'è da aspettare. Secondo chi l'ha già visto il trailer sembra molto più divertente del film, io sinceramente non lo so. È da che mondo è mondo che i trailer usano come esca le parti migliori e quindi è normale, piuttosto se mi avessero chiesto di cosa parla concretamente il film basandomi su quella manciata di immagini avrei potuto dire che si parlava delle emozioni di una bambina che fanno un gran bel pasticcio ma nient'altro, non avrei saputo dire nello concreto che direzione prende il film.
Ho letto anche commenti che dicevano che c'era del potenziale che non è stato sfruttato ed io non so dare un'opinione nemmeno su questo: è un film sulle emozioni... come dovrebbe svilupparsi un film su qualcosa di così astratto e filosofeggiante che nel 2015 abbiamo difficoltà a capire? Ero molto perplessa all'inizio sinceramente, mi veniva difficile pensare ad un film che trattava qualcosa di così... così... difficile come le emozioni.
Invece mi è piaciuto, è divertente e commovente come solo un film uscito dalla Pixar sa essere (il mio film d'animazione preferito, UP, è dagli stessi creatori).
Il film racconta nello specifico i difficili rapporti tra le emozioni di Riley, una ragazzina vicina alla pubertà che si ritrova a dover affrontare un trasloco. A farla da padrona, in "casa Riley" è Gioia, quindi è una bambina con dei ricordi base molto felici, una bambina che ha trovato un equilibrio perfetto che le altre emozioni: Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza.
Tristezza è un personaggio un po' fastidioso all'inzio, fa un sacco di pasticci e crea quel bel casino che fa volare via lei e Gioia dal quartier generale e quindi fa sviluppare l'intera storia. È triste in un modo che irrita, vien voglia di scrollarla per farle riprendere un po' di voglia. Mi sono presa un nervoso terribile nei primi minuti del film, senza capire il perché dei suoi comportamenti che andavano a danneggiare Riley, ho ipotizzato una gelosia nei confronti di Gioia che era la protagonista assoluta, sempre al comando, però forse si sente semplicemente esclusa, forse è semplicemente alla ricerca di attenzioni e di quello che è il suo posto e anche la sua funzione, visto che tutti ne hanno una: rabbia le permette di difendersi, paura di mettersi in situazioni pericolose, disgusto di avvelenarsi e di integrarsi con gli altri attraverso la moda.
Quando poi però finiscono fuori dal Quartier Generale la situazione cambia, perché tristezza dimostra di essere in grado di provare quel nobile e raro sentimento che è l'empatia, mentre è Gioia a sembrare irritante, gioiosa e positiva quando ci sarebbe solo da dire "Hey, amico, questa è la mia spalla: puoi usarla per piangere anche fino a consumarla". Gioia e tutti noi capiamo una di quelle cose che dicevano i filosofi greci: senza la tristezza non ci può essere la gioia, senza la guerra non ci può essere la pace. Ogni cosa ha bisogno del suo opposto, sempre; ogni momento bello magari è legato ad un precedente triste, perché se qualcosa ci fa tornare il sorriso vuol dire che prima qualcosa che il sorriso ce lo aveva tolto. Io non so come sia stata la vostra adolescenza e la vostra pubertà, la mia all'inizio è stata terribile. Vivo in un piccolo paesino sardo, quando dovevo quando dovevo andare in terza media i miei genitori decisero di iscrivermi in un'altra scuola che si trovava in città e per me, che sono molto timida, fu difficile adattarmi e fare amicizia. Mi successe esattamente come a Riley, iniziai a fare la ribelle e ad avere rapporti antipatici con tutti perché io in quella scuola non mi trovavo bene né con i compagni né con i professori e non volevo starci, forse per questo mi ha fatto tanta tenerezza vedere quella bambina in confusione, con le sue isole che smettevano di funzionare e crollavano. Mi rendo conto che per una persona che ha avuto sempre un equilibrio perfetto questo film può sembrare un po' lagnoso, ma in realtà è carino ripensare a sé stessi in certe situazioni difficili e immaginarsi le proprie emozioni in situazioni del genere, come si faceva quando al primo pomeriggio si guardava esplorando il corpo umano e c'erano delle vere e proprie guerre dentro al nostro corpo.
Però vorrei porre all'attenzione un personaggio in particolare. Ho visto il film attirata principalmente da un personaggio che invece è una comparsinainaina, ovvero l'unicorno arcobaleno. Peccato, adoro gli unicorni! Ma quando vedevo i gadget del film spuntava sempre fuori una specie di mostro che io pensavo "ohmiodio che bruttezza è?". La bruttezza di chiama Bing bong, è l'amico immaginario della bambina e io lo adoro. È il personaggio commozione, ecco. In pratica ha la testa da elefante, io dico rosa elefante di Dumbo, la cosa da gatto ma sarebbe meglio dire stregatto, la proboscide è un cuoricino, piange caramelle, fa il verso del delfino ed il corpo è fatto di zucchero filato. Ora: io non so se avete presente una persona che non vuole crescere, ma sono io. Adoro i colori pastello, colleziono peluche, tutto ciò che è possibile avere in rosa o a forma di dolce lo voglio.La mia fortuna è che mi scambiano ancora per una sedicenne, quindi posso permettermelo ancora per qualche anno! L'ho così tanto adorato che sono andata subito a cercare piccoli gadget su amazon! È un personaggio unico, il cui unico scopo è essere ricordato dalla sua bambina che, ormai grande, l'ha cresciuto. Ho un fratello, quindi non ho mai avuto bisogno di un amico immaginario, ma sono sicuro che questo scatenerà in chi lo ha avuto dei feels fortissimi!
Non vorrei continuare a spoilerare, mi sto entusiasmando troppo e rischio di degenerare perché questo film mi è piaciuto davvero, davvero, davvero, davvero tanto! E ricordatevi di guardare i titoli di coda, mi hanno fatto morire dalle risate!
Quindi rispondo alla domanda che mi sono posta a me stessa dopo aver finito di vedere il film: che emozione sei? A primo impatto mi verrebbe da dire che sono Gioia, poi mi accorgo che sono Paura. Non parlo solo della mia acluofobia, ma anche per il fatto che è tutta la vita che evito situazioni pericolose (sarà forse perché da piccola ero molto goffa?) che anche se FORSE mi hanno evitato qualche divertimento, mi hanno permesso di non rompermi mai un osso o un dente. E voi, che emozione siete?

Passiamo a qualcosa di più triste: Quando c'era Marnie (2014, Giappone, H. Yonebayashi).
Ad essere triste non è tanto il film in sé, basato dall'omonimo romanzo J. G. Robinson, quando piuttosto il fardello che è costretto a portare. Questo film, infatti, è l'ultimo film prima dell'annunciata chiusura temporanea dello Studio Ghibli. Si presume che la chiusura sia dovuta al flop di La storia della principessa splendente (io ne parlo qui), ma già dal ritiro di Miyazaki si parlava di crisi dello studio. C'è da sperare che questa chiusura sia davvero temporanea, sono in tanti ad amare questi lavori. La cosa che mi dispiace di più è che Quando c'era Marnie è in perfetto Studio Ghibli, uno di quei lavori che hanno proprio il marchio Ghibli stampato in fronte; sarà in Italia il 24, 25, 26 Agosto. È tornato ad essere quello studio che parla ai bambini, cosa che io ad esempio non ho visto in Si alza in vento, che pur possedendo delle meravigliose scene oniriche e quel favoloso stile steampunk caratteristico affronta un tema troppo pesante, anzi due se oltre alla guerra (e soprattutto al dilemma: la guerra è necessaria per il progresso? devo appoggiarla per i miei sogni anche se non sono d'accordo?) e consideriamo sacrificio d'amore di una Nahoko morente che abbandona le cure per poter sposare il suo amato e di Jiro, che forse rassegnato (o troppo preso dal suo lavoro?) acconsente e non la rimanda indietro per curarsi, cosa che secondo alcuni è discutibile.
Quando c'era Marnie invece ha per protagonisti bambine, con tutte le insicurezza della loro età. Mi è particolarmente cara Anna perché è amsatica come me. È inoltre un personaggio introverso e molto solitario, ancora una volta come me e sono quasi sicura che anche i miei compagni facevano dei risolini nel descrivermi. Quindi, Anna è insicura, le viene un attacco d'asma e viene mandata da alcuni parenti in una zona balneare, lontana dal caos e dallo smog di Sapporo. Vi risparmio fa subito un'inutile confusione: non è davvero la zia (non so come verrà tradotto qui, con i sottotitoli si riferiva all'adottante come "zietta"), è la mamma adottiva, perché Anna è orfana e la sua rabbia è dovuta al fatto di aver scoperto che i genitori prendono dei sussidi per il suo mantenimento e si sente "comprata".
In questo piccolo paese/villaggio Anna non riesce a fare amicizia con nessuno, chiama una ragazza "grassa scrofa" per il semplice fatto di essersi infastidita per le eccessive attenzioni date ai suoi occhi azzurri, cosa rara per un giapponese, tanto che a quel punto io e mio fratello abbiamo detto quasi all'unisono che forse il suo essere emarginata non è dovuto alla sua timidezza quanto piuttosto alla sua stronzaggine o, se vogliamo essere più leggeri, alla sua incapacità di relazionarsi con gli altri. L'unica persona con cui riesce a fare amicizia è quella che lei crede essere l'immagine della sua mente, una bambina ricca ma terribilmente sola di nome Marnie, che vive in una villa raggiungibile a piedi con l'alta marea e in barca con quella alta. Marnie le crea non pochi problemi, diverse volte gli zii che la ospitano sono costretti ad andare a riprendersela. Il mistero si infittisce quando Sayaka, una bimba che sta vivendo nella villa quasi restaurata, scopre che Marnie era una persona reale, che visse in quella stanza tanti anni fa. Lei a questo punto scopre di vedere un fantasma ma non se ne cura più di tanto, a dire il vero. Continua a vederla e a cacciarsi nei guai, finché non scoprirà che lei riesce a vederla perché fra le due c'è un legame molto profondo.
Tutto questo è raccontato in soli 103 minuti, che secondo me potevano bastare anche per La principessa splendente. I disegni sono tipici dello studio Ghibli, i paesaggi sono da sogno e, anche se Anna all'inizio è una di quelle ragazzine che prenderebbe sberle anche dal Dalai Lama e anche se per una buona mezz'ora -diciamo dall'offesa fino alla scoperta del diari- c'è un'alternanza sogno-realtà un po' ripetitiva che sinceramente viene da chiedersi dove voglia andare a parare la pellicola, sul finale si riprende e, sinceramente, è tutto fuorché quello che non ti aspetti. Il tema è quello forse più caso allo Studio, la famiglia. Ci sono i fragilissimi legami, che si danno per scontati o che ci fanno sentire oppressi e costretti sono qui raccontati e quelle tutte dinamiche, quelle abitudini capaci di segnare la vita di un individuo per sempre, di plasmarlo a seconda di come gli altri sono stati con noi. Quando c'era Marnie è il racconto di una famiglia che di drammi ne ha vissuti tutti e ora ha bisogno di redimersi, di trovare un equilibrio per rendere la discendenza il più felice possibile, senza lasciare quell'alone di tristezza che è stato protagonista di una finta felicità per troppo tempo.
Piccola curiosità: Marnie assomiglia in modo esagerato a Menma, la protagonista, anch'essa fantasma dell'anime Ano Hana, all'inzio del film hanno addirittura la stessa camicia da notte. Non so se è un caso o una tradizionale rappresentazione degli spiriti giapponesi però l'ho trovata una cosa davvero curiosa, magari qualcuno mi saprà dire di più!

mercoledì 13 maggio 2015

La Storia della Principessa Splendente, Cenerentola, Home



Scusatemi, davvero. Anche se siete silenziosi avete continuato a seguirmi ed io sono un'ingrata. La mia scusa stavolta è anche più triste delle altre: in pratica ho avuto (ed ho ancora) l'internet che gioca a nascondino. Ho inoltre preparato l'esame di Storia e Critica del Cinema, il famoso esame alla cui professoressa avevo chiesto la tesi. Grosso errore: VOLEVO, DOVEVO assolutamente fare bella figura perché il mio corso di laurea è a numero aperto e trovare un relatore è difficilissimo: mi ha concesso la tesi, pur scegliendo lei l'argomento e scartando i miei a priori, senza nemmeno conoscermi. Mi ha concesso il beneficio del dubbio e questa cosa mi ha messo sotto pressione che è una meraviglia. Sono una persona molto ansiosa, più di quanto possiate immaginare e molto timida, gli esami orali per me sono un grosso problema e li vivo malissimo già senza mettermi da sola delle grosse aspettative... quindi immaginatevi cos'è stato per me affrontare tutto.
Comunque alla fine è andato bene, l'ho passato e sono tornata a casa con due proposte di tesi intese come due film. Uno non l'ho nemmeno visto perché il primo mi era piaciuto un sacco: L'arpa birmana, un film giapponese del 1956 contro la guerra. Ed io adoro l'Asia, specialmente il Giappone e ancor di più la Birmania. Adoro la spiritualità del buddhismo e quindi questo film sembrava fatto per me. Poi oltre ad internet che va a balzi, è successo una delle cose più tristi. La salute di mio nonno, 87 anni, si è aggravata e Sabato notte ci ha lasciati. Avevo l'immensa fortuna di aver perso solo un nonno finora ed ero molto piccola, però tutto sommato sono riuscita a non prendermela più di tanto.

Ma passiamo ad argomenti più felici. Tipo gli unici 3 film che sono riuscita a vedere (se non consideriamo Age of Ultron, che non penso recensirò perché pur conoscendoli non ho una grande conoscenza dei fumetti): ovvero La storia della principessa splendente, Cenerentola e Home.
Iniziamo dal principio, quello già accennato nel post precedente, ovvero La storia della principessa splendente. Ispirato da un'antica leggenda giapponese, è diretto da Isao Takahata.
Ecco, qui potrei rischiare di scatenare un po' d'odio: mi è piaciuto? Nì. La storia nel complesso è molto carina, ma secondo me la lunghezza del film rischia di renderlo un po' troppo... lungo appunto. Ci sono dei punti in cui, insomma, ti accorgi che il film sta durando 2 ore e più.
L'inizio del film, dove lei è piccola e insegue la rana mi hanno fatto una tenerezza incredibile, mi è piaciuto moltissimo anche la storia dei pretendenti che sa proprio di racconto da mille e una notte e, soprattutto, mi è piaciuto il modo così accurato con cui Takahata spiega l'educazione e i canoni di bellezza del tempo, come ad esempio i denti neri. È una riflessione sul rapporto genitore figlio in cui le posizioni dei due genitori sono ben distinte: la madre è una mamma chioccia e fino all'ultimo non si preoccupa mai dell'educazione regale della figlia, lei le voleva bene allo stesso modo anche quando correva scalza per i boschi. Dopo tutto, Principessa è vero e proprio dono, che si è presentato da lei dopo una vita senza figli e in un'età in cui averne era ormai impossibile. Il Padre invece pretende da lei ma lo fa per il suo bene, nel desiderio che lei viva una vita degna e felice, rendendosi conto di quanto il suo amore fosse effettivamente troppo quando Principessa desiderò tornare da dov'era venuta.
C'è una cosa che non mi è piaciuta, ed è stata la reazione dei fan agli Oscar. Molti hanno gridato all'ingiustizia perché è un film capolavoro che meritava l'oscar se non per il suo omaggio alla tradizione giapponese (cosa che hanno TUTTI i lavori dello Studio Ghibli) quanto per la particolare tecnica di disegno. Ecco, questo non l'ho gradito per il semplice motivo che l'anno scorso tra le candidature c'era un film d'animazione francese, Ernest e Celestine, che aveva anch'esso una particolare tecnica di disegno ma nessuno se lo filò. Per questo credo che non sia lo studio Ghibli ad essere di "serie B": in quella categoria ci sono tutti gli altri, quest'anno ad esempio è toccato da Boxtrolls che se entriamo nell'ottica del film d'animazione = film per piccoli, aveva un importantissimo messaggio da dare e invece, poveraccio, è diventato di nicchia. Io comunque il 25 Maggio andrò a vedere il documentario sullo Studio Ghibli.

Passiamo a Cenerentola, che va ad aggiungersi a quella che sembra essere una nuova tradizione Disney: i live action. Sono già stati confermati Dumbo, alla regia di Tim Burton, La Bella e la bestia di cui credo di aver visto almeno una ventina di cast "ufficiali" diversi e il Libro della Giungla. Personalmente all'inizio non ero molto convinta. Prima di tutto non mi piacevano le sopracciglia di Lily Evans (non la grandezza perché anche io le tengo così, quanto piuttosto il colore), poi il principe non mi sembrava nemmeno lontanamente degno di essere paragonato a quello del cartone e infine io Helene Boham Carter nei panni della fata madrina proprio non riuscivo a vederla dopo un trilione di pellicole in cui faceva la "cattiva" della situazione. Invece mi è garbato moltissimo. Hanno dedicato qualche attimo in più ai genitori di Ella che nel cartone sono liquidati in fretta facendo quasi passare il padre come uno che il giorno dopo stava già cercando moglie. C'è sentimento in questo film: la matrigna poi, la bellissima Cate Blanchett ha dimostrato tutta la sofferenza dell'essersi trovata vedova di un uomo che profondamente amava e con due figlie a cui voleva così tanto bene da volere il meglio per loro (a prescindere dai loro desideri, esattamente come in La storia della principessa splendente). Dare un'anima alle "villains" è una cosa che non tutti hanno apprezzato, soprattutto in Maleficent ma a me fondamentalmente piace questo lato, li rende più umani e allo stesso tempo più deboli. E poi c'è una cosa piccolissima che magari non tutti hanno notato, ma la matrigna e le sorellastre hanno spesso e volentieri un abbigliamento non adatto all'epoca, ad un certo punto hanno un abbigliamento palesemente anni '50 e nulla, mi è sembrato molto carino, mi ha ricordato le converse in Marie Antoinette. Ah, e poi il principe è di una bellezza incredibile, le farfalle sul vestito di Ella erano tutte anche nel mio stomaco!

Arriviamo a Home. Home è l'ultimo lavoro di casa Dreamworks. Home, ovvero "casa" si riferisce a ben due... pianeti: il nostro e quello dei homeless Boov. I boov sono degli specie di polpetti squadrati che cambiano colore a seconda delle proprie emozioni (e secondo me molto morbidi) con un'educazione (e una lingua) rigorosa e tutta loro, simile a quella che si vede in The Lego Movie (mio fratello dice che come film si somigliano infatti, a me ha ricordato un po' anche Lilo e Stitch). Tra di loro spicca Oh, che è il Boov imbranato e inadeguato, ovvero quel tipo di personaggio che è ormai una presenza fissa film. E MI RACCOMANDO NESSUNO LI TOCCHI! È la rivincita degli sfigati, quelli bullizzati, quelli imbarazzanti, che nessuno vuole, che tutti canzonano continuamente. Quelli a cui mi capita di somigliare, insomma. E io gli voglio un sacco di bene a questi personaggi qui, tifo costantemente per loro. "Oh" ad esempio si chiama così perché è l'esclamazione rassegnata che tutti fanno quando lo vedono e lui lo sa che gli altri non lo vogliono ma cerca continuamente di farsi accettare e inevitabilmente combina guai. Ma Oh sarà l'unico a capire perché i(l) Gorg continua ad inseguirli: perché loro, che pensano di essere i buoni anche si prendono la libertà di spostare tutti gli abitanti della terra in Australia e le vittime, sono in realtà i cattivi, che stanno rubando pianeti e fuggendo da chi sta solo cercando di riprendersi la sua famiglia. Famiglia, Ohana, è infatti il tema principale di questo tenerissimo film d'animazione. E Oh alla fine riuscirà ad averne una, dopo essere riuscito a salvare ben 3 diversi mondi ed aver sistemato quel gran casino che aveva creato quell'egoista del loro capo e aver fatto capire a tutti che si sbagliavano sul suo conto.




domenica 21 settembre 2014

Si alza il vento (...il faut tenter de vivre!) | Recensione

Giovedì io, mia cognata e mio fratello ci siamo seduti nel mi divano-letto e, ammorbidito lo schienale con i cuscini, ci siamo regalati la visione di Si alza il vento. Diciamo che a questo preferisco altri capolavori del Maestro, ma sinceramente ho dovuto guardarlo abbracciando Mokona da quanto è commovente, soprattutto se poi lo si guarda come ho fatto io pensando che questo è almeno per il momento il suo ultimo lavoro. Disegni meravigliosi come sempre, una colonna sonora impeccabile; l'unico punto a sfavore direi che è la presenza di alcune scene esageratamente lunghe, che comunque non cambiano il fatto che siano 126 minuti appassionanti e meritevoli.




Si alza il vento (2013, Giappone, Hayao Miyazaki) è liberamente ispirato all'omonimo manga dello stesso Miyazaki, che si ispirò al sempre omonimo romanzo di Tatsuo Hori. Si racconta la vita romanzata di Jiro Horikoshi,il famoso ingegnere aeronautico della seconda guerra mondiale vissuto fra il 1903 e il 1982.
La storia inizia con il nostro protagonista ancora piccolo, quando la dimensione del sogno di quest'ultimo incontra quella del signor Caproni. Dopo un breve dialogo tra i due, Jiro decide che sarebbe diventato un progettista d'aeri, visto che a causa dei suoi problemi alla vista non potrà mai pilotarli.

Facciamo un poderoso passo avanti alla mattina del 1 Settembre del 1923, quando il nostro Jiro ha circa 20 anni e si trova su un treno diretto a Tokyo, dove inizierà gli studi di ingegneria, a bordo del quale avviene il primo incontro con la bella Nahoko. L'atmosfera timida e romantica è destinata a durare ben poco, perché quel giorno in Giappone avvenne il Grande terremoto del Kanto. Nel clima di paura la domestica della ragazza si spezza una caviglia e Jiro, da grande gentiluomo, aiuta le due donzelle a raggiungere la loro casa. I due si separano senza sapere i rispettivi nomi.

Terminati gli studi Jiro inizia a lavorare per la Mitsubishi e viene mandato in Germania insieme ad un suo caro amico per ottenere la licenza di produzione di uno Junkers. Tornato in patria, tutti i suoi progetti si rivelano dei fallimenti, nonostante tutti continuino a lodare le sue idee assolutamente innovative e la sua straordinaria intelligenza. Oppresso e deluso dal lavoro, si concede una breve vacanza in un hotel dove incontra di nuovo Nahoko, che nel frattempo è diventata un'appassionata pittrice. Jiro finisce per "salvarla" altre due volte: la prima recuperandole un ombrello e la seconda aiutandola a tornare a casa durante un acquazzone dopo il loro incontro. I due si innamorano, ma capiamo subito che c'è qualcosa che non va: Nahoko si ammala e i due si innamorano in stile Romeo e Giulietta. A osservare il tutto c'è il turista tedesco Hans, che annuncia all'ingegnere la volontà tedesca di riaprire il conflitto prevedendo anche la partecipazione giapponese, che allargherà la guerra a livello mondiale.
Quest'ultimo fuggirà poco dopo che Jiro chiederà a Nahoko di sposarlo e lei accetterà, dicendogli che le nozze si sarebbero svolte solo dopo la sua guarigione dalla tubercolosi.

La malattia di Nahoko peggiora e viene ricoverata in ospedale, mentre Jiro è braccato dalla polizia segreta che lo cerca per via di Hans. Quando le condizioni di Nahoko non lasciano alcuna speranza i sue decidono di sposarsi e vivere assieme. Jiro continua a lavorare instancabile per costruire l'aereo dei suoi sogni, quello stesso aereo fatto di carta che fece innamorare i neo sposi l'uno dell'altra. Vivono davvero dei bellissimi momenti insieme, forse questa è la parte più bella del film. Ma (perché sempre un ma) non passa molto tempo il nostro gentleman si vedrà costretto a partire per pochi giorni per lavorare ad un importante progetto per la Mitsubishi.

BENE! Il racconto finisce qua, il finale non lo rivelo, anche se è facilmente recuperabile su Wikipedia non voglio macchiarmi di questo crimine. Non anticipatevi niente, vale la pena vederlo. Un'altra piccolissima critica molto personale alla luce di tutto questo devo farla: il fumo assiduamente presente nel cartone. Ho letto su internet che questo è costato in alcuni paesi anche divieti a certe fasce d'età. Tuttavia comprendo che a quell'epoca la sigaretta era irrinunciabile e apprezzo la ricostruzione storica che nello studio Ghibli è sempre perfetta.
Comunque, consigliatissimo!

giovedì 7 agosto 2014

Qualche riflessione sullo studio Ghibli

Domenica è arrivata una notizia sconvolgente per tutti gli amanti dell'animazione e del Giappone: lo studio Ghibli avrebbe chiuso i battenti...
...poi si è rivelato tutto un errore di traduzione: in realtà ci sarà solo una ristrutturazione generale degli studi. E quindi niente. Ci siamo spaventati per niente.
Cioè, parliamoci chiaro: mi ricordo ancora quando ho letto la notizia che Miyazaki si sarebbe ritirato. Mi ricordo l'attimo esatto, è stato un po' come quel momento in cui i tuoi genitori ti dicono che Babbo Natale non esiste.

Però il punto non è questo. Su internet ho letto commenti del tipo «ma se Miyazaki non c'è più, allora è meglio che chiuda». Io non la penso così, sinceramente. Gli studi Disney non sono morti insieme al signor Walt, sfornano ancora capolavori su capolavori (tra un po' esce Big Hero 6 ed io mi sono innamorata già dal trailer). Inoltre Miyazaki ha assicurato che rimarrà agli studi per tenere sotto controllo l'andamento generale dei Ghibli, quindi chi dubita può pure tirare un sospiro di sollievo. Io non ho paura di questo e i "motivi" sono principalmente due... anzi tre:

Il primo si chiama Isao Takahata, co-fondatore degli studios. Lui è ancora nel pieno dei giochi ed è quel personaggio che deve ricordarvi che "Ghibli" non è sinonimo di "Miyazaki". Isao ha prodotto una delle mie opere preferite dello studio Ghibli: Pom Poko, noleggiato nella biblioteca del mio paese. Si trovava nella sezione dei bambini, non l'aveva mai noleggiato nessuno (triste destino che condividono molte pellicole nipponiche). Pom poko è la traduzione onomatopeica del verso dei Tanuki, dei canidi simili al procione che si trovano in Asia. Sono moooooolto, molto carini. Comunque, in sostanza, il film racconta della lotta dei tanuki per riprendersi la loro collina, ormai sotto il controllo degli umani (un po' come Princess Mononoke, che uscirà 3 anni più tardi). Per cercare di salvare il proprio territorio si rifaranno a quella capacità attribuitagli dalle leggende giapponesi: si trasformeranno, in umani. Ah, e useranno i loro... ehm, testicoli, per aiutarsi in certe situazioni. Un'altra opera a me molto cara dello studio è Una tomba per le lucciole. Non vi voglio spoilerare niente, vi consiglio solo di munirvi di fazzoletti, soprattutto se avete la lacrima facile come me. Alla regia c'è sempre Takahata: il primo motivo per cui continuerò ad avere fiducia nello studio.


Il secondo motivo di chiama Gorō Miyazaki, ed è il figlio di Hayao. Lo so che è stato molto criticato, ma a me I racconti di Terramare sono piaciuti e comunque, dobbiamo considerare che era la opera del debutto. E diciamocelo, già con La collina dei papaveri si vede un netto miglioramento. Diciamo che sembra aver ereditato dal suo papà e, questo, è il secondo motivo.

L'ultimo motivo è Hiromasa Yonebayashi , il regista del mio film preferito in assoluto dello studio Ghibli: Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento. Racconta una storia in stile pollicino, ma in perfetto stile Ghibli. L'ho visto 3 volte in pochissimo tempo, ne sono rimasta entusiasta. Il 19 Luglio è uscito Omoide no Marnie. È un film importante, che ha incassato molto ed ha rappresentato uno spiraglio di luce nel periodo buio tra il ritiro di Hayao e il flop de La principessa splendente. Non l'ho ancora visto, ma io del gusto dei giapponesi tendo a fidarmi. 


E questi sono 3 motivi, attuali. Ma arriveranno altri registi, nuovi, portatori di  novità. Che spero sapranno conservare la tradizione e al tempo stesso dare nuove linee allo studio. Non è ancora tempo di crisi per lo studio Ghibli... probabilmente non lo sarà mai.