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mercoledì 27 aprile 2016

Lui è tornato | Recensione

SONO ANCORA VIVA! Ebbene sì. Ho visto un sacco di film belli di cui volevo scrivere, ma non è stato un bel periodo, mi sono fatta prendere dallo scoraggiamento così tanto che ho cancellato anche il post precedente con la mia opinione su Victor Frankenstein e ho pensato di abbandonare l'intero diario. Alla fine m'è passata, quindi eccomi qui! Più forte di prima, come sempre! Sono sicura che prima o poi imparerò anche io a prendere le cose un po' più alla leggera e mi godrò un po' più la vita, devo solo avere pazienza.


Avete presente quando alle elementari c'è quel compagno a cui proprio non piace studiare storia e chiede alla maestra qual è il senso di studiare cose vecchie, già successe e la maestra risponde che studiare certe cose serve a non farle succedere mai più? Ecco, con i tempi che corrono adesso a me sembra talvolta di vivere in un déja vu: c'è la crisi economica, c'è il malcontento generale e c'è anche la xenofobia, l'odio razziale. Insomma, ci sono le premesse, per adesso. Lui è tornato (Er ist wieder da, 2015, Germania, di David Wnendt) ci pone davanti ad un quesito: se Adolf Hitler tornasse, si cadrebbe negli errori del passato? Il film è tratto dall'omonimo libro di Timus Vermes, che è diventato un best seller. La prima volta che ho visto il trailer sinceramente non sapevo se ridere o indignarmi, perché da una parte mi divertiva l'idea di vedere un Adolf Hitler in difficoltà con gli smartphone e il web, dall'altra mi chiedevo se fosse giusto ironizzare su un personaggio del genere. Alla fine mi ha fatto sorridere. E mi ha fatto pensare, perché la risposta alla frase era affermativa: secondo il regista e l'autore riuscirebbe a riottenere successo tra i tedeschi. In certi punti il film sembra girato come un documentario ed è quella la cosa più atroce, sentire Hitler parlare con le persone e sentir loro dire cose che non sono molto differenti da quelle che gli hanno permesso di salire al potere. Tutti credono che lui sia un attore, ma ai suoi monologhi annuiscono, vedendolo in strada tutti scherzano e si fanno foto col dittatore. Sono pochissime le persone che si lamentano di lui e alcuni di loro fanno parte del partito neonazista tedesco. Alla fine oltre ad finale a sorpresa, secondo il Führer i tempi sono abbastanza maturi per poter riprendere il suo lavoro da dove l'aveva lasciato.

lunedì 14 marzo 2016

Zootropolis | Deadpool | Gods of Egypt | Perfetti sconosciuti

Finiti questi Oscars, si torna alla vita normale, Qualche considerazione sui vincitori: Brooklyn, il film che ho adorato, non ha vinto niente e dire che ci sono rimasta male è dire poco; Cranston non è riuscito a compiere il miracolo e ha vinto Leo, all'inizio questa cosa mi faceva rabbia, poi ho pensato che io nel mio cercare di passare spagnolo sono come lui e la magia dell'empatia mi ha permesso di gioire insieme a tutto l'internet. Quanto al film d'animazione, era scontata la vittoria di Inside Out, soprattutto se consideriamo che questa categoria esiste da 15 anni e la Disney un po' per merito suo un po' grazie alla Pixar ha vinto la bellezza di 10 volte, però O menino e o mundo era molto, molto più meritevole anche se riconoscono che ci vogliono certi trascorsi per riuscire ad immedesimarsi quanto basta per capirne la delicatezza. Ma veniamo a oggi:


Zootropolis (Zootopia, 2016, USA, di Byron Howard e Rich Moore) l'ho visto con mia mamma al cinema il giorno dell'uscita, il 13 febbraio era il mio compleanno e il 18 siamo andate a festeggiare. Sinceramente una volta arrivata alla multisala ero molto combattuta, perché non vado al cinema spesso - essendo il più vicino parecchio lontano da casa, a 45 minuti di treno e almeno mezz'ora a piedi, più il ritorno - e il giorno uscivano anche Il caso Spotlight, Deadpool e The Danish Girl, però col senno di poi ed avendoli visti tutti dopo credo di aver fatto la scelta giusta. I due direttori comunque sono una garanzia: Byron Howard ha diretto Bolt e Rapunzel, mentre Rich Moore ha diretto Ralph Spaccatutto, che ad oggi rimane uno dei miei preferiti. Il film è diretto in CGI e secondo me il primo teaser trailer è uno dei più geniali che la Disney abbai mai fatto perché non diceva assolutamente niente sulla trama, ma dava importanza a quella che poi è la chiave del film: i personaggi sono antropomorfi e sanno di esserlo, essendo questa una conseguenza diretta dell'evoluzione. I personaggi di Zootropolis vivono senza distinzione tra prede e predatori ed è grazie a questo che la coraggiosa coniglietta Judy Hopps può ambire a diventare un poliziotto. Durante il suo primo giorno di lavoro come ausiliaria del traffico viene "adescata" da una volpe di nome Nick Wilde, diventando senza volerlo complice delle sua malefatte, che consistono nel comprare dei ghiaccioli da elefante e rivenderli in versione rimpicciolita adatta ai criceti. Nick e Judy si ritroveranno a vivere un'avventura con degli inaspettati antagonisti. In generale, comunque, i protagonisti sono tutti adorabili: ci sono i bradipi che vincono su tutta la linea, Benjamin il ghepardo grasso di cui mi sono follemente innamorata e i toporagni mafiosi. Il film è zeppo di citazioni, la mia preferita è quella di Breaking Bad. Come al solito la Disney lancia un messaggio che va dritto al cuore, che parte dal motto della città: ognuno può essere ciò che vuole. Andando oltre le limitazioni fisiche per cui purtroppo chi come me è alto poco più del metro e mezzo non può diventare né un modello né una hostess, mi piace pensare che inseguendo i propri sogni di possa non dico realizzarli, ma almeno avvicinarcisi un pochino. Questa cosa la penso spesso, mi dà sempre una forza incredibile ed è, probabilmente, l'unica cosa che mi fa ancora scrivere, studiare, avere degli obbiettivi. È il mio pensiero da quanto mi sono sentita per la prima volta che bisognava aiutare chi aveva già la strada spianata dalle amicizie importanti o da un conto in banco imponente, ho detto che avrei dimostrato a me stessa e agli altri che io posso essere ciò che voglio perché io non sono le conoscenze dei miei genitori, io sono i miei sacrifici, la mia volontà, i miei studi. Spero tanto che ogni bambino che vede questo film tenga bene a mente il motto di questo film e ci pensi ogni volta che un adulto stronzo gli dice che il rendimento scolastico di un alunno dipende dal reddito della famiglia.


Su Deadpool (2016, USA, di Tim Miller) non posso dire molto, perché gli unici fumetti che ho letto sono W.i.t.c.h., Topolino e qualcosa di Minnie. Tutto quello che so sui diversi universi del fumetto lo sa dai cinecomics, che in generale mi piacciono molto anche se ogni tanto mi tocca chiedere a mio fratello di spiegarmi qualcosina. Deadpool comunque mi è piaciuto, mi ha fatto ridere di cuore. So che alcune mamme si sono lamentate dei linguaggio scurrile e delle scene di sesso ma come ho detto prima il giorno usciva Zootropolis quindi perché non andare sul sicuro con un classico Disney? Perché non leggere le recensioni visto che in America è uscito il 12 Febbraio? A me comunque ha divertito molto, è una comicità pungente che credo non necessiti per forza della lettura del fumetto. Ryan Reynolds è bravissimo come sempre. Il sequel è stato annunciato prima dell'uscita di questo capitolo nella sale ed è lo stesso protagonista a darne l'annuncio alla fine dei titoli di coda.


Gods of Egypt (2016, USA, di Alex Proyas)... mi tocca fare un mea culpa. Già, perché non l'ho guardato perché pensavo potesse essere interessante, o perché mi piace l'argomento. L'ho guardato solo per uno degli attori protagonisti: Gerard Butler. Dovete sapere che amo con tutta me stessa questo bel maschio scozzese dai tempi delle tartarughe di 300. I miei ormoni sono tipo impazziti e da allora è diventato il mio metro di giudizio sulla bellezza di un uomo. Credo che il film non sia né brutto né un capolavoro, Gerard è il Dio Seth, che costretto a vivere nel deserto si porta addosso parecchio risentimento verso il padre e il fratello, tanto che arriva in una città egizia troppo futuristica per il tempo, uccide suo fratello e ruba gli occhi al nipote Horus. La città piomba nel terrore e Seth cambia le regole e permette l'accesso al paradiso solo a chi ha dei beni di valore da offrire in cambio. Un anno dopo, Bek e Zaya, due giovani innamorati cercano di fuggire dalla città, ma lei muore. Bek quindi parte alla ricerca di Horus e lo aiuta a riprendersi il trono con la promessa di aiutare Zaya, che essendo morta come nullatenente, non può accedere al paradiso. Seth nel frattempo uccide pure il padre e prende dai vari Dei parti del corpo differenti in modo da diventare un Super-Dio quasi invincibile. Non l'ho trovato nulla di entusiasmante, in compenso ho scoperto che Gerard è bono anche quando fa è il cattivo della situazione.


Prima di partecipare alla giuria del David, non avevo una grande considerazione del cinema italiano, come la maggior parte degli italiani che associano il nostro cinema ai Cinepanettoni. Mi sono ricreduta, perché abbiamo certi film che non hanno nulla da invidiare a Hollywood e Perfetti sconosciuti (2016, Italia, di Paolo Genovese) è uno di questi. Lo so che andrà a finire che in pochi lo guarderanno e a Natale tutti a dire che siamo dei poveri incapaci e tutto il resto. La trama è molto semplice: una coppia di coniugi invita a cena altre due coppie di amici più un loro amico scompagnato e, tra una battuta e l'altra, decidono di mettere i propri cellulari al centro della tavola e condividere qualsiasi cosa arrivi, chiamate, foto, messaggi. Qualsiasi cosa, qualsiasi segreto messo in mostra davanti a coniugi e amici di una vita. La cosa geniale in questo film sta nel fatto che i dialoghi sono di grandissima qualità, sono veri e di una fluidità incredibile. Le battute sono le stesse che chiunque di noi potrebbe scambiarsi con gli amici. È straordinario se pensate che la location del film è un piccolo appartamento, che la maggior parte del film si svolge con i protagonisti seduti a tavola. Leggo su Wikipedia il film ha ricevuto richieste di remake da tutto il mondo. Detto questo, fate voi.

domenica 6 settembre 2015

Minions | Sharknado 3 | Recensione

Eccomi qui, sono sopravvissuta all'estate, anche se i segni delle punture di zanzare ormai sono indelebili su gambe e braccia. Sono sopravvissuta allo studio matto e disperatissimo delle settimane precedenti all'odiosa sessione di Settembre e persino al primo esame. Devo dire che tutto sommato mi è andata bene, perché una parte del mio ripasso consisteva nel ri-"britishizzare" il mio cervellino stanco. Quindi ho fatto una full immersion di Doctor Who, Sherlock e ho iniziato Once Upon a Time.
Non ho avuto tantissimo tempo per i film, se consideriamo che sono uscita spesso, ho studiato molto e il fine settimana ne ho approfittato per godermi un po' di mare rimanendo comunque di un colorito malaticcio e palliduccio.


Comunque, parliamo dei minions, quelli che o li ami o li odi. Non c'è uno schieramento di mezzo: o stai con me o contro di me. O dichiari guerra a quelle tic-tac gialle poliglotte, oppure ami alla follia la loro frizzante spensieratezza. A me fanno ridere da morire, ho anche il pupazzo. Me l'ha regalato mio fratello ed io ero più o meno così. A tal proposito al cinema c'è il menù con il bicchiere della bibita in plastica e un carinissimo personaggio quasi bubble head da poggiare sopra.
Comunque, parliamo del film. Minions è uscito il 27 Agosto e si è subito piazzato al primo posto per i numeri da record su incassi e prenotazioni. C'era da aspettarselo? Secondo me, assolutamente sì. I primi due Cattivissimo me sono meravigliosi, ai bambini i minions piacciono da morire e c'è stato effettivamente uno spam massiccio fra video più o meno promozionali, immagini e anche un'agghiacciante e intrigante teoria sulla loro origine.
Comunque, il prologo del film racconta della loro nascita, le immagini sono le stesse che si vedono all'inizio del trailer, e in Italia c'è una piacevolissima sorpresa sulla voce narrante: Alberto Angela. E giuro che sembra una puntata di Ulisse! Dopo l'arrivo a New York i prodi minions Steve, Bob e Kevin scoprono dell'esistenza di un EXPO dedicato ai cattivi. Fanno l'autostop e ci arrivano grazie ad una simpaticissima famiglia di rapinatori. Qui Steve si ritrova davanti ad un bizzarro professore, che è una sottile citazione a Ritorno al futuro. Inoltre, allo stand del raggio congelante c'è il Dottor Nefario e un piccolo ma già cattivissimo Gru (che sia quello il loro primo incontro?). QUI ci sono alcune citazioni bellissime, che se le leggete prima potrete notare i vari tributi di cui sono colmi questi film, spesso ignorati come con Spongebob 2 - Fuori dall'acqua. A questo expo la protagonista è Scarlett Sterminator, che cerca aiutanti e i minions vedono in lei la risoluzione ai propri problemi, quindi si alleano e partono per Londra, per realizzare il piano cattivissimo della supercattiva: rubare la corona alla regina d'Inghilterra e prendere il suo posto. Peccato che a diventare re sia Bob, seppur per un brevissimo lasso di tempo, durante il quale viene scambiato per la reincarnazione di Artù (il suo discorso è una citazione di Il grande dittatore). Questo spezzerà non sono il cuore di Scarlett, ma anche quel poco di sanità mentale che le restava, infatti l'odio e il desiderio sterminio dei minions diventa incontrollabile. Si sviluppano quindi, in una Londra ricostruita in modo encomiabile, alcune gag che hanno per protagonisti gli inglesi, come ad esempio il fatto che tutti hanno perennemente una tazzina in una mano e una teiera nell'altra, cosa che a me che sono dipendente di teina ha fatto molto ridere.
Da qui in poi però un po' mi ha annoiato. Avrei preferito che si parlasse di più di come i minions sono riusciti a modificare la storia con la loro beata ingenuità, piuttosto che vederli passare in secondo piano ad un certo punto della storia, per dar più spazio a Scarlett, personaggio che ho trovato frustrato e noioso, con le sue lagne e il suo bullismo da quattro spicci. C'è da dire in conclusione che la colonna sonora è meravigliosa e che mi sono totalmente innamorata di Bob, che fa pure amicizia con un ratto scovato nelle fogne ed è tenerissimo. Come tante persone hanno già detto, non mi è piaciuta la Litizzetto al doppiaggio di Scralett, sembrava un poco adatto a lei per come la conosciamo. Tuttavia, Cattivissimo me 2 mi ha commosso profondamente e per me nulla può batterlo. Nemmeno Bob che parla spagnolo o Kevin che flirta con un idrante.


Ma veniamo al top dei top: Sharknado 3. Non credo sia disponibile in italiano perché è stato trasmesso per la prima volta il 22 Luglio, però lo si trova in giro con i sottotitoli in italiano e in lingua originale, ovvero un inglese molto americano, molto veloce, molto da macho. Rispetto al primo capitolo, la qualità delle immagini va migliorando di volta in volta, ma senza perdere quel caratteristico piglio trash che tanto ci piace e che l'ha reso famoso.
Ricapitolando un po' la storia, in Sharknado 2, oltre alle solite mutilazioni impossibili e spargimenti di sangue da far invidia a Tarantino, abbiamo la povera April che perde una mano salvo poi sostituirla all'occasione con una lama di motosega e un sempre più duro Fin che CAVALCA UNO SQUALO DENTRO UN TORNANDO USANDO UNA CATENELLA TROVATA ALL'INTERNO DEL TORNADO STESSO. E penso di aver detto già abbastanza.
Nel terzo Fin si trova alla Casa bianca per ricevere un premio, che consiste in una motosega dorata e realmente funzionante, in onore del suo estremo eroismo; sua moglie April, incinta, si trova con sua figlia e sua madre allo Universal Orlando Resort. E come la Signora Fletcher e il detective Conan stanno agli omicidi, gli Shepard stanno agli sharkando. Proprio in quel momento, si scatena l'inferno. Addirittura al resort uno squalo a testa in giù e fuori dall'acqua da chissà quanto tempo si sveglia e uccide due poracci sotto di lui, a Washington invece il presidente degli Stati Uniti sopravvive alla security e si rivela il più badass di tutti.. Mentre Fin cerca di raggiungere la famiglia, incontra Nova, che nel frattempo si è alleata con Lucas nella ricerca di sharknado e l'ha pure friendzonato. Moriranno entrambi.  Durante la tempesta, la figlia perde il suo primo amore, perché dimenticandosi che squali di varia natura e grandezza piovono dal cielo, i due decidono di scambiarsi il primo bacio all'aperto, piuttosto che aprire la porta che hanno accanto e mettersi al riparo. Questa catastrofe infatti è così grande che le bombe non bastano, questi sembrano vivere oltre i tornado quindi devono andare nello spazio per cercare di fermarli, si recano alla NASA dove lavora il papà di Fin, che è un colonnello. Nello spazio ci regalano una scena degna di Gravity, poi April partorisce all'interno di uno squalo in fiamme che si sta per sfracellare al suolo e con il solito charme taglia la pancia dello squalo con la sua motosega-moncherino salvando sé stessa e il bambino.
Sappiamo che ci sarà un quarto capitolo, ce lo rivela una voce alla fine,  Ed io, personalmente, non vedo l'ora di vederlo. Fin è il mio nuovo eroe, anche se gli squali si stanno piano piano evolvendo e tutti i suoi possibili alleati stanno morendo, sacrificandosi per lui o per la causa (senza mai ricevere un grazie dall'umanità, sigh).

domenica 26 luglio 2015

Inside Out | Quando c'era Marnie | Recensione

Lo so che non si fa, che non si danno recensioni di film usciti in altre parti del mondo.
Ma io soffro di pressione bassa, la mia estate vuol dire fare lo zombie da una stanza all'altra perché in Sardegna ci sono sempre e comunque sui 30/36° ed io ne soffro tanto, non vivendo vicino al mare e non potendo passare le mie giornate ad impanarmi sulla sabbia e sbollire nell'acqua. In più i miei non c'erano e la mia voglia di studiare era come la mia pressione: sotto le scarpe. Quindi entro in uno dei tanti siti di streaming e non c'è niente di nuovo, niente di interessante per me in un periodo in cui stanno uscendo un sacco di film horror ma io soffro di una forma abbastanza forte di paura del buio e quindi mi devo orientare altrove.
Alla fine non ho resistito e mi sono guardata due cartoni, due generi completamente diversi. In lingua originale, cosa che mi fa bene perché studio lingue e mi fa male perché odio i sottotitoli e soprattutto amo il doppiaggio italiano


Inside Out (2015, USA, P. Docter & R. del Carmen) è l'ultima fatica della Disney Pixar, che uscirà in Italia il 16 Settembre, quindi c'è da aspettare. Secondo chi l'ha già visto il trailer sembra molto più divertente del film, io sinceramente non lo so. È da che mondo è mondo che i trailer usano come esca le parti migliori e quindi è normale, piuttosto se mi avessero chiesto di cosa parla concretamente il film basandomi su quella manciata di immagini avrei potuto dire che si parlava delle emozioni di una bambina che fanno un gran bel pasticcio ma nient'altro, non avrei saputo dire nello concreto che direzione prende il film.
Ho letto anche commenti che dicevano che c'era del potenziale che non è stato sfruttato ed io non so dare un'opinione nemmeno su questo: è un film sulle emozioni... come dovrebbe svilupparsi un film su qualcosa di così astratto e filosofeggiante che nel 2015 abbiamo difficoltà a capire? Ero molto perplessa all'inizio sinceramente, mi veniva difficile pensare ad un film che trattava qualcosa di così... così... difficile come le emozioni.
Invece mi è piaciuto, è divertente e commovente come solo un film uscito dalla Pixar sa essere (il mio film d'animazione preferito, UP, è dagli stessi creatori).
Il film racconta nello specifico i difficili rapporti tra le emozioni di Riley, una ragazzina vicina alla pubertà che si ritrova a dover affrontare un trasloco. A farla da padrona, in "casa Riley" è Gioia, quindi è una bambina con dei ricordi base molto felici, una bambina che ha trovato un equilibrio perfetto che le altre emozioni: Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza.
Tristezza è un personaggio un po' fastidioso all'inzio, fa un sacco di pasticci e crea quel bel casino che fa volare via lei e Gioia dal quartier generale e quindi fa sviluppare l'intera storia. È triste in un modo che irrita, vien voglia di scrollarla per farle riprendere un po' di voglia. Mi sono presa un nervoso terribile nei primi minuti del film, senza capire il perché dei suoi comportamenti che andavano a danneggiare Riley, ho ipotizzato una gelosia nei confronti di Gioia che era la protagonista assoluta, sempre al comando, però forse si sente semplicemente esclusa, forse è semplicemente alla ricerca di attenzioni e di quello che è il suo posto e anche la sua funzione, visto che tutti ne hanno una: rabbia le permette di difendersi, paura di mettersi in situazioni pericolose, disgusto di avvelenarsi e di integrarsi con gli altri attraverso la moda.
Quando poi però finiscono fuori dal Quartier Generale la situazione cambia, perché tristezza dimostra di essere in grado di provare quel nobile e raro sentimento che è l'empatia, mentre è Gioia a sembrare irritante, gioiosa e positiva quando ci sarebbe solo da dire "Hey, amico, questa è la mia spalla: puoi usarla per piangere anche fino a consumarla". Gioia e tutti noi capiamo una di quelle cose che dicevano i filosofi greci: senza la tristezza non ci può essere la gioia, senza la guerra non ci può essere la pace. Ogni cosa ha bisogno del suo opposto, sempre; ogni momento bello magari è legato ad un precedente triste, perché se qualcosa ci fa tornare il sorriso vuol dire che prima qualcosa che il sorriso ce lo aveva tolto. Io non so come sia stata la vostra adolescenza e la vostra pubertà, la mia all'inizio è stata terribile. Vivo in un piccolo paesino sardo, quando dovevo quando dovevo andare in terza media i miei genitori decisero di iscrivermi in un'altra scuola che si trovava in città e per me, che sono molto timida, fu difficile adattarmi e fare amicizia. Mi successe esattamente come a Riley, iniziai a fare la ribelle e ad avere rapporti antipatici con tutti perché io in quella scuola non mi trovavo bene né con i compagni né con i professori e non volevo starci, forse per questo mi ha fatto tanta tenerezza vedere quella bambina in confusione, con le sue isole che smettevano di funzionare e crollavano. Mi rendo conto che per una persona che ha avuto sempre un equilibrio perfetto questo film può sembrare un po' lagnoso, ma in realtà è carino ripensare a sé stessi in certe situazioni difficili e immaginarsi le proprie emozioni in situazioni del genere, come si faceva quando al primo pomeriggio si guardava esplorando il corpo umano e c'erano delle vere e proprie guerre dentro al nostro corpo.
Però vorrei porre all'attenzione un personaggio in particolare. Ho visto il film attirata principalmente da un personaggio che invece è una comparsinainaina, ovvero l'unicorno arcobaleno. Peccato, adoro gli unicorni! Ma quando vedevo i gadget del film spuntava sempre fuori una specie di mostro che io pensavo "ohmiodio che bruttezza è?". La bruttezza di chiama Bing bong, è l'amico immaginario della bambina e io lo adoro. È il personaggio commozione, ecco. In pratica ha la testa da elefante, io dico rosa elefante di Dumbo, la cosa da gatto ma sarebbe meglio dire stregatto, la proboscide è un cuoricino, piange caramelle, fa il verso del delfino ed il corpo è fatto di zucchero filato. Ora: io non so se avete presente una persona che non vuole crescere, ma sono io. Adoro i colori pastello, colleziono peluche, tutto ciò che è possibile avere in rosa o a forma di dolce lo voglio.La mia fortuna è che mi scambiano ancora per una sedicenne, quindi posso permettermelo ancora per qualche anno! L'ho così tanto adorato che sono andata subito a cercare piccoli gadget su amazon! È un personaggio unico, il cui unico scopo è essere ricordato dalla sua bambina che, ormai grande, l'ha cresciuto. Ho un fratello, quindi non ho mai avuto bisogno di un amico immaginario, ma sono sicuro che questo scatenerà in chi lo ha avuto dei feels fortissimi!
Non vorrei continuare a spoilerare, mi sto entusiasmando troppo e rischio di degenerare perché questo film mi è piaciuto davvero, davvero, davvero, davvero tanto! E ricordatevi di guardare i titoli di coda, mi hanno fatto morire dalle risate!
Quindi rispondo alla domanda che mi sono posta a me stessa dopo aver finito di vedere il film: che emozione sei? A primo impatto mi verrebbe da dire che sono Gioia, poi mi accorgo che sono Paura. Non parlo solo della mia acluofobia, ma anche per il fatto che è tutta la vita che evito situazioni pericolose (sarà forse perché da piccola ero molto goffa?) che anche se FORSE mi hanno evitato qualche divertimento, mi hanno permesso di non rompermi mai un osso o un dente. E voi, che emozione siete?

Passiamo a qualcosa di più triste: Quando c'era Marnie (2014, Giappone, H. Yonebayashi).
Ad essere triste non è tanto il film in sé, basato dall'omonimo romanzo J. G. Robinson, quando piuttosto il fardello che è costretto a portare. Questo film, infatti, è l'ultimo film prima dell'annunciata chiusura temporanea dello Studio Ghibli. Si presume che la chiusura sia dovuta al flop di La storia della principessa splendente (io ne parlo qui), ma già dal ritiro di Miyazaki si parlava di crisi dello studio. C'è da sperare che questa chiusura sia davvero temporanea, sono in tanti ad amare questi lavori. La cosa che mi dispiace di più è che Quando c'era Marnie è in perfetto Studio Ghibli, uno di quei lavori che hanno proprio il marchio Ghibli stampato in fronte; sarà in Italia il 24, 25, 26 Agosto. È tornato ad essere quello studio che parla ai bambini, cosa che io ad esempio non ho visto in Si alza in vento, che pur possedendo delle meravigliose scene oniriche e quel favoloso stile steampunk caratteristico affronta un tema troppo pesante, anzi due se oltre alla guerra (e soprattutto al dilemma: la guerra è necessaria per il progresso? devo appoggiarla per i miei sogni anche se non sono d'accordo?) e consideriamo sacrificio d'amore di una Nahoko morente che abbandona le cure per poter sposare il suo amato e di Jiro, che forse rassegnato (o troppo preso dal suo lavoro?) acconsente e non la rimanda indietro per curarsi, cosa che secondo alcuni è discutibile.
Quando c'era Marnie invece ha per protagonisti bambine, con tutte le insicurezza della loro età. Mi è particolarmente cara Anna perché è amsatica come me. È inoltre un personaggio introverso e molto solitario, ancora una volta come me e sono quasi sicura che anche i miei compagni facevano dei risolini nel descrivermi. Quindi, Anna è insicura, le viene un attacco d'asma e viene mandata da alcuni parenti in una zona balneare, lontana dal caos e dallo smog di Sapporo. Vi risparmio fa subito un'inutile confusione: non è davvero la zia (non so come verrà tradotto qui, con i sottotitoli si riferiva all'adottante come "zietta"), è la mamma adottiva, perché Anna è orfana e la sua rabbia è dovuta al fatto di aver scoperto che i genitori prendono dei sussidi per il suo mantenimento e si sente "comprata".
In questo piccolo paese/villaggio Anna non riesce a fare amicizia con nessuno, chiama una ragazza "grassa scrofa" per il semplice fatto di essersi infastidita per le eccessive attenzioni date ai suoi occhi azzurri, cosa rara per un giapponese, tanto che a quel punto io e mio fratello abbiamo detto quasi all'unisono che forse il suo essere emarginata non è dovuto alla sua timidezza quanto piuttosto alla sua stronzaggine o, se vogliamo essere più leggeri, alla sua incapacità di relazionarsi con gli altri. L'unica persona con cui riesce a fare amicizia è quella che lei crede essere l'immagine della sua mente, una bambina ricca ma terribilmente sola di nome Marnie, che vive in una villa raggiungibile a piedi con l'alta marea e in barca con quella alta. Marnie le crea non pochi problemi, diverse volte gli zii che la ospitano sono costretti ad andare a riprendersela. Il mistero si infittisce quando Sayaka, una bimba che sta vivendo nella villa quasi restaurata, scopre che Marnie era una persona reale, che visse in quella stanza tanti anni fa. Lei a questo punto scopre di vedere un fantasma ma non se ne cura più di tanto, a dire il vero. Continua a vederla e a cacciarsi nei guai, finché non scoprirà che lei riesce a vederla perché fra le due c'è un legame molto profondo.
Tutto questo è raccontato in soli 103 minuti, che secondo me potevano bastare anche per La principessa splendente. I disegni sono tipici dello studio Ghibli, i paesaggi sono da sogno e, anche se Anna all'inizio è una di quelle ragazzine che prenderebbe sberle anche dal Dalai Lama e anche se per una buona mezz'ora -diciamo dall'offesa fino alla scoperta del diari- c'è un'alternanza sogno-realtà un po' ripetitiva che sinceramente viene da chiedersi dove voglia andare a parare la pellicola, sul finale si riprende e, sinceramente, è tutto fuorché quello che non ti aspetti. Il tema è quello forse più caso allo Studio, la famiglia. Ci sono i fragilissimi legami, che si danno per scontati o che ci fanno sentire oppressi e costretti sono qui raccontati e quelle tutte dinamiche, quelle abitudini capaci di segnare la vita di un individuo per sempre, di plasmarlo a seconda di come gli altri sono stati con noi. Quando c'era Marnie è il racconto di una famiglia che di drammi ne ha vissuti tutti e ora ha bisogno di redimersi, di trovare un equilibrio per rendere la discendenza il più felice possibile, senza lasciare quell'alone di tristezza che è stato protagonista di una finta felicità per troppo tempo.
Piccola curiosità: Marnie assomiglia in modo esagerato a Menma, la protagonista, anch'essa fantasma dell'anime Ano Hana, all'inzio del film hanno addirittura la stessa camicia da notte. Non so se è un caso o una tradizionale rappresentazione degli spiriti giapponesi però l'ho trovata una cosa davvero curiosa, magari qualcuno mi saprà dire di più!

lunedì 20 luglio 2015

Terminator: Genisys | Spy | Recensione

Sono stata bocciata all'unico esame che potevo dare a Luglio, quindi ho un sacco di tempo libero. In poche parole, questo significa che la mia strada prenderà due direzioni: tanto mare, perché vivo in Sardegna e se non me lo godo non è estate, e tanti pomeriggi a guardare film e altre cose. Le due cose probabilmente di alterneranno, perché possedendo animali, è necessario che in famiglia si faccia a turno per fare da bambinaia.
Ieri è toccato a me e mio fratello, ci siamo visti due film.

Terminator: Genisys (2015, USA, Alan Taylor) è, come avete intuito, un nuovo capitolo della saga Terminator. È difficile riuscire a classificarlo, è allo stesso tempo un prequel, un reboot e un sequel e lo è perché ci sono tante di quelle linee temporali che secondo me uno potrebbe perdersi. Credo, fra l'altro, che sia necessario aver visto i capitoli precedenti per capire qualcosa, io ero molto piccola quando li ho visti la prima volta e mio fratello mi ha dovuto aiutare a rimettere in ordine i miei ricordi.
Inizialmente il film si inserisce in una linea temporale dove troviamo Connor già grande che salva un ignaro Kyle ancora bambino da morte certa. Subito dopo li troviamo grandi, al giorno in cui Skynet verrà sconfitto e manderà un Terminator nel 1984 per uccidere Sarah; il bellissimo Kyle lo segue e vediamo l'Undicesimo dott... scusate, Skynet, uccidere il povero Connor. Fin qui ci siamo, la storia può ripetersi all'infinito in infinite linee temporali e tutti i pezzi tornerebbero.
Solo che poi iniziano a succedere cose strane, tipo il primo Terminator che si scontra con un altro Terminator uguale ma più vecchio e c'è una lotta Arnlod VS Arnold dove il più vecchio ha la meglio. Connor invece è nudo e confuso perché durante il viaggio ha visto cose che appartengono ad un suo passato mai esistito e si ritrova a fuggire da un poliziotto asiatico che in realtà è un cazzuttissimo robot mutaforma, salvandosi grazie a Sarah e Papà (il Terminator vecchio). Kyle è convinto che le sue visioni durante il viaggio nel tempo significhino che il giorno del giudizio sia spostato al 2017, vi si recano ma, atterrando nudi su un'autostrada vengono scambiati per terroristi a arrestati. Qui scoprono che Skynet è in certo senso Genisys, un programma informatico che connette tra loro tutti i dispositivi elettronici e che manca pochissimo al suo lancio, ovvero il nuovo giorno del giudizio. Incontrano Connor e a nessuno viene da chiedersi del come mai in 20 anni non sia invecchiato. In realtà Connor è stato trasformato in una macchina umana, nel senso che è stato cambiato a livello genetico ed è quasi invincibile come una macchina ma pensante, subdolo e calcolatore come solo un umano sa essere. Da qui in poi il film è diciamo stabile sulla stessa linea temporale, procede con inseguimenti e risse. Se lo guardate rimanete fino a metà dei titoli di coda perché c'è una sorpresina che io mi aspettavo, Skynet è interpretato da Matt Smith. Il Dottore non muore mai, per quanto tragica possa essere la situazione.
La cosa che mi è piaciuta di più è sicuramente il fatto che siano riusciti ad aggirare la vecchiaia di Arnold dicendo che Terminator è ricoperto di una carne che in quanto tale invecchia. Ma soprattutto, una cosa che ho sempre apprezzato della saga è come, nonostante le botte ignoranti, si riesca sempre a lasciare qualche dubbio alla fine, come se fosse un enigma complicatissimo. Non lo so, forse è il nostro attaccamento alla speranza, poter dire  "ma quindi in tutte le linee temporali future ci sarà un Genisys da sconfiggere?" senza tralasciare poi un meraviglioso spunto su come sia forte la nostra dipendenza tecnologica oggi, forse tanto da dimenticarci che non è tutto. L'unica cosa che mi fa storcere il naso è che, proseguendo il film in questa direzione, tutti i capitoli del 1997 non hanno più senso d'esistere, è come se fossero stati cancellati da questo. L'intento era probabilmente quello di trattare temi più attuali proprio come la dipendenza da tecnologia e spostare anche il tutto un po' più in là nel futuro facendoci pensare che magari fra due anni la situazione sarà proprio così grave e, ultima ma non ultima, rifar partire una triologia (già annunciati gli altri capitoli + una serie tv) e fare i big money con i nostalgici nati nei mitici anni 80. Insomma, un film non necessario ma sicuramente non trascurato.

Invece Spy (2015, USA) è un'altra cosa. Ci tengo a precisare una cosa, prima di raccontarlo e dirvi le mie opinioni. Quand'ero piccola, mia mamma guardava un sacco di serie tv. Io ne guardavo qualcuna di rado ma Una Mamma per Amica mi appassionò tantissimo! Possiamo dire che è la prima serie tv che ho guardato per intero (più di una volta) e rimane ancora una delle mie preferite. Mi ci vedevo moltissimo in Rory, per la passione nello studio anche se i miei risultati non sono mai stati perfetti come i suoi e anche perché col passare degli anni ho iniziato a desiderare di fare da grande il suo stesso lavoro dei sogni: la giornalista.
La protagonista del film è Melissa McCarthy, ovvero Suki, personaggio che io ho tanto amato assieme a Lane. Ho sempre apprezzato il suo modo di recitare, per questo mi vien da storcere il naso quanto sento le lamentele per la sua partecipazione al reboot di Ghostbusters. Molti non la conoscono ma la criticano quando invece è bravissima e secondo me andrà benissimo anche come acchiappa fantasmi!
Comunque, il film è una commedia. Una commedia americana, quindi volgarotta nei dialoghi e straripante di luoghi comuni, basti pensare che nel film si parla per l'appunto di spie della CIA che devono impedire ai terroristi la vendita di una bomba ai russi o agli arabi. In pratica mancano solo i pompieri. Ma è proprio la sua demenza che mi è piaciuta, ho riso tanto e di cuore.
Susan è un'analista della CIA, segue Bradley nelle sue missioni, è il suo angelo e i suoi occhi. È insoddisfatta poiché voleva lavorare sul campo, ma soprattutto insicura. È innamorata del suo agente e non la biasimo perché siamo tutti, uomini e donne, innamorati di Jude Law ma lui non pare non accorgersi o meglio, preferisce far finta di niente. Durante una missione, Bradley viene ucciso e Susan si ritrova ad entrare in campo in prima persona, lavorando sotto coperture imbarazzanti, litigando ripetutamente con un pomposo ormai-ex agente Rick Ford, che fa così tanto il duro da inventarsi un mucchio di balle impossibili e continua a metterla nei pasticci ma soprattutto si scambia insulti più che gratuiti con Rayna, la donna che possiede la bomba ed è quindi il bersaglio ma che si ritrova a dover difendere a costo delle sua stessa vita.
La cosa senza dubbio migliore di questo film, la cosa che mi ha fatto più ridere è la scena girata in Italia. È sempre interessante vedere come ci vedono gli altri, nel caso i mille locali sparsi in giro per il mondo chiamati "bunga bunga" non ci siano bastati. Appena arrivata a Roma, Susan si ritrova davanti due ragazzetti che fanno apprezzamebti e ammiccano le belle ragazze e, più avanti, le chiederanno quanti chili di seno ha. Gentiluomini, quindi. La spia italiana è una che allunga troppo le mani e a prescindere dalle occasioni continua insistentemente a fare battuta a sfondo sessuale per cercare di portarsi la spia a letto. Insomma, diciamo che mi ha fatto ridere però mi ha dato anche da pensare. Il film nel complesso scorre, tra una gag e l'altra, non mi ha mai fatto guardare quanto mancava alla fine e certe demenzialità, come quelle dove c'è 50 cent, non le vedevo in un commedia da moltissimo tempo. È comico in modo intelligente, senza cadere nel nonsense e senza essere eccessivamente volgare. Però, ecco, alcuni effetti speciali sono davvero fatti male e secondo me si sarebbe potuto fare di meglio.
Giusto una cosa, devo dirla: è impossibile che una donna (o un uomo) rifiuti una cena con uno bello come Jude Law, anche se è una cena fine a sé stessa. Penso sia abbastanza piacevole anche solo stare lì a fissarlo.

mercoledì 8 luglio 2015

Il libro della vita | Jurassic World | Recensione

Ciaone ragazzi. Sono in piena sessione estiva (e sto scrivendo la tesi) quindi il tempo è quello che è e dovete perdonarmi. Film ne ho visto pochi, oggi mi occuperò di due.

Il libro della vita (2015, USA, Jorge Gutierrez) è un film che nella produzione ha Mr. Guillermo del Toro. Sono stata letteralmente dal trailer, con tutti quei colori e quelle musiche, mi è piaciuto da morire e quindi me lo sono guardato. Mi piacerebbe, un giorno con più tempo, guardarlo in spagnolo. Il motivo è molto semplice.
Ci sono due cose che non ho gradito in questo film: la prima, che riduco per ora all'adattamento italiano, sono le musiche tipiche messicane con testi in italiano che secondo me storpiano non poco il contesto (come per Tchaikovsky nel film Lo schiaccianoci 3D) il secondo, è la storia "di contorno" dei ragazzini in visita per punizione al museo.
Comunque, tralasciano questo piccolo particolare, io adoro le maschere de La Muerte tipiche del Messico e in questo film c'è ne sono in abbondanza.
Sì perché questo film, spagnoleggiante fino al midollo, racconta del triangolo amoroso fra Manolo, la bella Mar
ía e Joaquín, che al momento sono ancora bambini che si contendono l'amore al cimitero, nei giorno in cui si va a trovare i morti per far sì che questi non vengano mai dimenticati. Sul loro amore, la Santa Muerte, che si presenta come una sensualissima donna messicana dal grandissimo sombrero, fa una scommessa con il suo amato Xibabalba (che a me ha ricordato Discord della serie My Little Pony) che è stanco di presiedere quel mondo oltre-la-vita dove ci sono le anime dimenticate e tutto è molto cupo e triste. La Santa Muerte scommette su Manolo, Xibalba invece pensa che a conquistare il cuore della giovane sarà il valoroso Joaquín. Quest'ultimo però dona, di nascosto, un piccolo aiuto al suo baldo giovane: una spilla che lo rende invincibile. E infatti nella vita si rivelerà un vincente, anche quando María sarà mandata in Europa perché troppo indisciplinata, allontanata quindi da San Angel e dai suoi due pretendenti. Manolo invece si rivela insicuro, deve fare i conti con uno dei più grandi luoghi comuni del cinema: lui vuole guadagnarsi da vivere facendo musica, mentre i suoi parenti pretendono che lui faccia il torero nonostante trovi sbagliato uccidere un toro (spunto interessantissimo per un film del genere). Al ritorno di María, ormai grande, si scateneranno una serie di tentativi di conquista da parte di entrambi i ragazzi, è palese che Manolo sia il preferito ma il padre della giovane vorrebbe che lei si sposasse con Joaquín, perché è un giovane che si occupa di difendere la città dai banditi e suo padre scacciò dal paese uno dei più efferati criminali che San Angel abbia mai conosciuto. Dopo una discussione, Manolo chiede alla sua amata di vedersi in privato e qui Xibalba fa sì che si crei una scena alla Romeo e Giulietta dove María viene addormentata e Manolo, colmo di sensi di colpa, si fa uccidere dal serpente mentre la sua amata di risveglia e si ritrova davanti al fatto di dover sposare Joaquín, poiché del frattempo egli ha minacciato di andarsene e il criminale ha scoperto della sua spilla e sta tornando a San Angel per riprenderselo.
Manolo nel frattempo incontra tutti i suoi antenati nel mondo de la muerte e con il loro aiuto riesce a farsi accompagnare prima da un uomo che fabbrica candele che ricorda terribilmente la nuvola del corto Pixar Partly Cloudy. Raggiunta la Santa Muerte, tutti coloro che dovevano tornare alla vita possono finalmente farlo e affrontare così il ritorno del nemico al villaggio.
Come ho già detto, il tutto è contornato da quella che dovrebbe essere la storia principale, ovvero quella di alcuni ragazzini che per punizione devono visitare un museo. Sì, per punizione. E vabbè! A parte questo, secondo me i loro interventi e commenti sporadici fanno perdere un po' l'attenzione, sono sostanzialmente inutili. Se proprio non se ne poteva farne a meno, sarebbe stato meglio secondo il mio modestissimo parere inserire una brevissima sequenza alla fine, come ad esempio in Balto. Per il resto nulla da obbiettare, i colori sono bellissimi a la storia è ironica al punto giusto (bellissimo il maialino che María si porta dietro, come Homer Simpson) da essere apprezzabile anche per i bambini pur trattando un tema triste e complicato come la morte.

Jurassic World (2015, USA, Colin Trevorrow) è tutt'altra roba. Come stavo dicendo a mio fratello, si basa su una serie di cattive idee che secondo me il film poteva sottotitolarsi, parafrasando Lemony Snicket, "una serie di sfortunate idee". Perché voglio dire:
Fare un nuovo parco fra le ceneri di quello vecchio con lo stesso tema chiuso perché ha causato un sacco di morti è una cattiva idea;
Creare un dinosauro con i pregi di tanti altri animali è una cattiva idea;
Mandare i tuoi nipoti minorenni e un po' indisciplinati, di cui uno in piena adolescenza con gli ormoni che gli fanno fumare le orecchie e un leggero vizio nel mettere in  pericolo il fratello, a vagare in una palla fra i dinosauri è una cattiva idea.
Però m'è garbato da morire: prima di tutto il fatto che il proprietario fosse la versione indiana dell'Iron Man di Robert Downey Jr, poi il fatto che la zia stacanovista è riuscita a correre nelle foreste, scappando da un dinosauro/mostro/ibrido potenzialmente invincibile che si chiama Indominus Rex  ma anche Godzilla ci stava benissimo, è qualcosa ai limiti dell'impossibile ed io da ragazza che sui tacchi riesce a fare 5 passi e poi uno a terra, non sapevo se ridere o piangere. Ma soprattutto sono tornata a quand'ero piccolina, la scena finale giuro che mi ha quasi fatto commuovere, giuro. È pericoloso fare sequel di questo tipo, su film cult e che alcuni "nerd" hanno considerato come roba da "nerd", quindi sacra (basti pensare al pandemonio che si sta creando attorno al fatto che nel sequel di Ghostbusters le protagoniste saranno femmine), quindi le critiche me le aspettavo a priori, più o meno come da alcuni "Otaku" - otaku si fa per dire, eh - per 47 Ronin. Io ho lasciato stare e mi sono gustata questo film in tutta la sua fantasia, perché già il primo era qualcosa di altamente imporbabile, ma finché non avrò la possibilità di tornare bambina correndo per Disneyland Paris mi accontento anche di questo.
E poi un'altra cosa: sin dal primo Jurassic Park mi sono messa a fantasticare su quanto bello e vantaggioso potesse essere avere un dinosauro, nello specifico un T-Rex, addestrato. Chris Pratt era lì ad addestrare velociraptor come fossero delfini in un parco acquatico e c'è persino un Mosasauro che delizia come se fosse un'orca. Roba da matti. Io che mi ero sempre immaginata, in deliri da persone che avrebbe bisogno di caffeina ma non gradisce il caffè, di presentarmi alle verifiche prima e agli esami poi, con un T-Rex per prendere 30 e lode come se niente fosse, avevo davanti una dimostrazione tangibile che non ero poi così tanto fantasiosa.
Non sto qui a raccontarvi la trama perché credo che non ce ne sia bisogno, chi non vede Jurassic World non ha visto Jurassic Park e quindi non ha bisogno di niente. Chi aveva bisogno come me di tornare ai bei vecchi tempi l'ha già visto. E non ditemi che la morte dei brontosauro non vi ha ricordato la morte del nonno di Piedino di La Valle Incantata. Sentiamoci vecchi. E nostalgici.

mercoledì 13 maggio 2015

La Storia della Principessa Splendente, Cenerentola, Home



Scusatemi, davvero. Anche se siete silenziosi avete continuato a seguirmi ed io sono un'ingrata. La mia scusa stavolta è anche più triste delle altre: in pratica ho avuto (ed ho ancora) l'internet che gioca a nascondino. Ho inoltre preparato l'esame di Storia e Critica del Cinema, il famoso esame alla cui professoressa avevo chiesto la tesi. Grosso errore: VOLEVO, DOVEVO assolutamente fare bella figura perché il mio corso di laurea è a numero aperto e trovare un relatore è difficilissimo: mi ha concesso la tesi, pur scegliendo lei l'argomento e scartando i miei a priori, senza nemmeno conoscermi. Mi ha concesso il beneficio del dubbio e questa cosa mi ha messo sotto pressione che è una meraviglia. Sono una persona molto ansiosa, più di quanto possiate immaginare e molto timida, gli esami orali per me sono un grosso problema e li vivo malissimo già senza mettermi da sola delle grosse aspettative... quindi immaginatevi cos'è stato per me affrontare tutto.
Comunque alla fine è andato bene, l'ho passato e sono tornata a casa con due proposte di tesi intese come due film. Uno non l'ho nemmeno visto perché il primo mi era piaciuto un sacco: L'arpa birmana, un film giapponese del 1956 contro la guerra. Ed io adoro l'Asia, specialmente il Giappone e ancor di più la Birmania. Adoro la spiritualità del buddhismo e quindi questo film sembrava fatto per me. Poi oltre ad internet che va a balzi, è successo una delle cose più tristi. La salute di mio nonno, 87 anni, si è aggravata e Sabato notte ci ha lasciati. Avevo l'immensa fortuna di aver perso solo un nonno finora ed ero molto piccola, però tutto sommato sono riuscita a non prendermela più di tanto.

Ma passiamo ad argomenti più felici. Tipo gli unici 3 film che sono riuscita a vedere (se non consideriamo Age of Ultron, che non penso recensirò perché pur conoscendoli non ho una grande conoscenza dei fumetti): ovvero La storia della principessa splendente, Cenerentola e Home.
Iniziamo dal principio, quello già accennato nel post precedente, ovvero La storia della principessa splendente. Ispirato da un'antica leggenda giapponese, è diretto da Isao Takahata.
Ecco, qui potrei rischiare di scatenare un po' d'odio: mi è piaciuto? Nì. La storia nel complesso è molto carina, ma secondo me la lunghezza del film rischia di renderlo un po' troppo... lungo appunto. Ci sono dei punti in cui, insomma, ti accorgi che il film sta durando 2 ore e più.
L'inizio del film, dove lei è piccola e insegue la rana mi hanno fatto una tenerezza incredibile, mi è piaciuto moltissimo anche la storia dei pretendenti che sa proprio di racconto da mille e una notte e, soprattutto, mi è piaciuto il modo così accurato con cui Takahata spiega l'educazione e i canoni di bellezza del tempo, come ad esempio i denti neri. È una riflessione sul rapporto genitore figlio in cui le posizioni dei due genitori sono ben distinte: la madre è una mamma chioccia e fino all'ultimo non si preoccupa mai dell'educazione regale della figlia, lei le voleva bene allo stesso modo anche quando correva scalza per i boschi. Dopo tutto, Principessa è vero e proprio dono, che si è presentato da lei dopo una vita senza figli e in un'età in cui averne era ormai impossibile. Il Padre invece pretende da lei ma lo fa per il suo bene, nel desiderio che lei viva una vita degna e felice, rendendosi conto di quanto il suo amore fosse effettivamente troppo quando Principessa desiderò tornare da dov'era venuta.
C'è una cosa che non mi è piaciuta, ed è stata la reazione dei fan agli Oscar. Molti hanno gridato all'ingiustizia perché è un film capolavoro che meritava l'oscar se non per il suo omaggio alla tradizione giapponese (cosa che hanno TUTTI i lavori dello Studio Ghibli) quanto per la particolare tecnica di disegno. Ecco, questo non l'ho gradito per il semplice motivo che l'anno scorso tra le candidature c'era un film d'animazione francese, Ernest e Celestine, che aveva anch'esso una particolare tecnica di disegno ma nessuno se lo filò. Per questo credo che non sia lo studio Ghibli ad essere di "serie B": in quella categoria ci sono tutti gli altri, quest'anno ad esempio è toccato da Boxtrolls che se entriamo nell'ottica del film d'animazione = film per piccoli, aveva un importantissimo messaggio da dare e invece, poveraccio, è diventato di nicchia. Io comunque il 25 Maggio andrò a vedere il documentario sullo Studio Ghibli.

Passiamo a Cenerentola, che va ad aggiungersi a quella che sembra essere una nuova tradizione Disney: i live action. Sono già stati confermati Dumbo, alla regia di Tim Burton, La Bella e la bestia di cui credo di aver visto almeno una ventina di cast "ufficiali" diversi e il Libro della Giungla. Personalmente all'inizio non ero molto convinta. Prima di tutto non mi piacevano le sopracciglia di Lily Evans (non la grandezza perché anche io le tengo così, quanto piuttosto il colore), poi il principe non mi sembrava nemmeno lontanamente degno di essere paragonato a quello del cartone e infine io Helene Boham Carter nei panni della fata madrina proprio non riuscivo a vederla dopo un trilione di pellicole in cui faceva la "cattiva" della situazione. Invece mi è garbato moltissimo. Hanno dedicato qualche attimo in più ai genitori di Ella che nel cartone sono liquidati in fretta facendo quasi passare il padre come uno che il giorno dopo stava già cercando moglie. C'è sentimento in questo film: la matrigna poi, la bellissima Cate Blanchett ha dimostrato tutta la sofferenza dell'essersi trovata vedova di un uomo che profondamente amava e con due figlie a cui voleva così tanto bene da volere il meglio per loro (a prescindere dai loro desideri, esattamente come in La storia della principessa splendente). Dare un'anima alle "villains" è una cosa che non tutti hanno apprezzato, soprattutto in Maleficent ma a me fondamentalmente piace questo lato, li rende più umani e allo stesso tempo più deboli. E poi c'è una cosa piccolissima che magari non tutti hanno notato, ma la matrigna e le sorellastre hanno spesso e volentieri un abbigliamento non adatto all'epoca, ad un certo punto hanno un abbigliamento palesemente anni '50 e nulla, mi è sembrato molto carino, mi ha ricordato le converse in Marie Antoinette. Ah, e poi il principe è di una bellezza incredibile, le farfalle sul vestito di Ella erano tutte anche nel mio stomaco!

Arriviamo a Home. Home è l'ultimo lavoro di casa Dreamworks. Home, ovvero "casa" si riferisce a ben due... pianeti: il nostro e quello dei homeless Boov. I boov sono degli specie di polpetti squadrati che cambiano colore a seconda delle proprie emozioni (e secondo me molto morbidi) con un'educazione (e una lingua) rigorosa e tutta loro, simile a quella che si vede in The Lego Movie (mio fratello dice che come film si somigliano infatti, a me ha ricordato un po' anche Lilo e Stitch). Tra di loro spicca Oh, che è il Boov imbranato e inadeguato, ovvero quel tipo di personaggio che è ormai una presenza fissa film. E MI RACCOMANDO NESSUNO LI TOCCHI! È la rivincita degli sfigati, quelli bullizzati, quelli imbarazzanti, che nessuno vuole, che tutti canzonano continuamente. Quelli a cui mi capita di somigliare, insomma. E io gli voglio un sacco di bene a questi personaggi qui, tifo costantemente per loro. "Oh" ad esempio si chiama così perché è l'esclamazione rassegnata che tutti fanno quando lo vedono e lui lo sa che gli altri non lo vogliono ma cerca continuamente di farsi accettare e inevitabilmente combina guai. Ma Oh sarà l'unico a capire perché i(l) Gorg continua ad inseguirli: perché loro, che pensano di essere i buoni anche si prendono la libertà di spostare tutti gli abitanti della terra in Australia e le vittime, sono in realtà i cattivi, che stanno rubando pianeti e fuggendo da chi sta solo cercando di riprendersi la sua famiglia. Famiglia, Ohana, è infatti il tema principale di questo tenerissimo film d'animazione. E Oh alla fine riuscirà ad averne una, dopo essere riuscito a salvare ben 3 diversi mondi ed aver sistemato quel gran casino che aveva creato quell'egoista del loro capo e aver fatto capire a tutti che si sbagliavano sul suo conto.




lunedì 16 marzo 2015

Il settimo figlio | Recensione

Ciao ragazzi, scusate l'assenza ma la fine della sessione ha sempre un effetto snervante su di me. Soprattutto perché ho solo due mesi di "pausa" e devo ricominciare a fare esami. E giacché me ne mancano solo cinque e non ho ancora iniziato a scrivere la tesi sono, un attimo stressata.
Comunque è da prima degli Oscar che non scrivo, quindi volevo esprimere la mia felicità per la vittoria di Eddie Redmayne come miglior attore e di Big Hero 6 come film d'animazione. Sono davvero felice, soprattutto per Eddie che ha mostrato una felicità genuina che mi ha fatto tantissima tenerezza. Ho guardato pochi film, mi sto riprendendo adesso. Uno è Il settimo figlio di cui parlo oggi e l'altro è La storia della principessa splendente di cui parlerò nel prossimo post.

Dunque: Il settimo figlio (2014, USA/GB, diretto da Bodrov), che era nelle sale fino a pochissimo tempo fa, è tratto delle serie Wardstone Chronicles o The spook's apprentice di Joseph Denaley. Leggo da Wikipedia che di 13 libri solo 2 sono stati tradotti in Italia: il primo, tradotto come L'apprendista del mago prima (che dava addirittura il nome all'intera "saga") e il settimo figlio poi e il secondo, la maledizione del mago.
Ora, per tutti i fan della saga: spero per voi che traducano anche il resto, magari in vista di un adattamento cinematografico dei restanti volumi. Se no vi toccherà leggerla in inglese (e da studente di lingue vi dico che non può farvi che bene), magari aiutandovi con questo.

Qualcuno, in qualche posto, libera un enorme dragone che a quanto pare stava rinchiuso sottoterra da un sacco di tempo. È questo, probabilmente, a rendere il drago terribilmente incazzato.
 La prima scena in cui ci appare Master John Gregory non è sicuramente delle migliori. Lo ritroviamo in una locanda a bere qualche alcolico e snobbare un signore che continua ad insistere con lui che le campane suonano perché qualcuno necessita dei suoi servigi. La situazione diventa sempre più tesa e nonostante l'arrivo del suo assistente sembri calmare la situazione, la cosa finisce in una rissa che fa mettere ko il povero sventurato prepotente che ha osato sfidare il mago. I due, comunque, decidono di muoversi finalmente dove c'è bisogno di loro: all'interno di una cattedrale trovano una bambina assatanata che, dopo una breve ma intensa lotta, libera proprio l'anima di quel dragone. Resterete sorpresi nel scoprire che quel dragone è una strega e nelle sue fattezze umane ha il volto della neopremio Oscar Julianne Moore (diciamo che questo ruolo, se pensiamo a quello che le ha fatto vincere l'ambita statuetta, è piuttosto mediocre e si vede). Quindi parte una lotta fra il mago, il suo apprendista e la strega. Il mago continua a lanciargli addosso tutte le sue conoscenze alchemiche, lei per tanto si porta nella gabbia il suo apprendista, si fa dare fuoco e fugge lasciando il povero ragazzo ad incenerire.
Master Gregory, a dire il vero, non sembra poi così toccato dal fato che una giovane vita sia finita in polvere. Ma come biasimarlo? È vecchio e deve ricominciare daccapo, trovare un degno erede ed in fretta, ora che la sua arcinemica è pronta per tornare a seminare terrore al villaggio. Pertanto facciamo conoscenza di Tom Ward, un ragazzetto che vive con la sua numerosa famiglia e il lavoro è dare da mangiare ai maiali. Un compito semplice dovuto al fatto che il ragazzo ha continuamente delle visioni, di cose passate e cose future che lo rendono debole e talvolta lo fanno svenire. Il Mago arriva da lui, settimo figlio di settimo figlio, e se lo porta via con sé per farlo diventare suo apprendista; Tom non sta più nella pelle, non vede l'ora di dare un senso alla sua vita e accetta il medaglione che la mamma gli affida senza fare troppe domande per poi fuggire in fretta. I rapporti tra Master John e Tom sono piuttosto difficili all'inizio: Tom disobbedisce al suo unico compito, ovvero quello di non muoversi dal suo "letto", rischiando di morire dopo poche ore lontano da casa e Master John lo disprezza poiché vive nel ricordo della diligenza del suo ultimo apprendista appena deceduto.
Tuttavia i due passano la notte ad allenarsi e all'alba troviamo il giovane ancora con il naso sui libri. Quindi Tom arriva ad un passo dalla morte una seconda volta: incontrano un orco, che doveva essere molto sordo e avere paura dell'acqua ma di fatto non è né l'uno né l'altro. Tom finisce in una cascata e anche stavolta Gregory credendolo morto non parte particolarmente turbato. Difatti così non è e lo stesso Mago appare piuttosto sorpreso quando Tom risale il precipizio e lo raggiunge. Cominciano quindi le prime confessioni: la strega che ha ucciso l'ultimo apprendista di Gregory è Madre Malkin e ce l'ha con lui perché i due un tempo innamorati si lasciarono, lui sposò un'altra donna e quando la strega venne a saperlo la uccise e iniziò a perseguitare il Mago (mi ricorda molto Maleficent, questo).
Sarebbe stato un buonissimo momento per Tom per confessare al suo maestro che il giorno in cui è diventato apprendista ha conosciuto una strega, che i due si sono innamorati e che durante il loro primo tocco è scoppiato quel bagliore che segnala alle streghe che quello è il loro vero amore. Ma preferisce tacere. L'unica cosa che vien fuori è che la madre di Tom è una strega e che il medaglione che lo protegge lo rubò lei stessa proprio a Madre Malkin.
Quest'ultima, nel frattempo, venuta a conoscenza della relazione fra i due incarica la ragazza di rubare quella pietra e in cambio lei salverà la vita del suo amato. Mentre la giovane riuscendo a rubargli la pietra, fa nascere in Tom il dubbio che lei non sia semplicemente al servizio di Madre Malkin e che tutto fosse solo un inganno, questa si reca al villaggio con tutti i seguaci che ha nel frattempo ingaggiato e la madre di Tom, nel tentativo di salvare quanta più gente possibile e poiché priva del medaglione, muore per poi riapparire come visione a suo figlio e dirgli che lui non è solo un settimo figlio, ma anche un po' una strega e questo lo rende invincibile. Per scoprire la verità e liberarsi della perfida strega, i due andranno al suo castello.

Considerazioni: il film non è sicuramente un capolavoro, questo va detto. Mi è piaciuta molto la dinamica genitore-figlio fra Alice & Radu e Tom e sua madre, sarebbe stato carino se fosse stato più approfondito. Per il resto è di una banalità disarmante: il Mago distaccato, tormentato e ubriacone è qualcosa di visto e rivisto, così come l'apprendista che nemmeno lui sa come ce la fa sempre. Della storia d'amore fra due fazioni che non si sopportano non parliamone nemmeno. Se notate gli effetti speciali, sappiate che c'è stato un po' di caos in questo campo, poiché la compagnia che se ne occupava è andata in bancarotta. La colonna sonora non rimane di certo in testa. Comunque immagino che nei libri ci fosse tanto di più, visto che qui le scene di azione si contano davvero sulle dita di una mano. E suppongo che Kit Harington sia stato messo lì sono per attirare più fan, come Taylor Swift in The Giver o Rick Genest in 47 Ronin. Diciamo che il trailer era un po' fuorviante, dai.

mercoledì 28 gennaio 2015

American Sniper | Recensione

Forse è la prima volta, da quando ho questo blog (6 mesi appena compiuti) che parlo di un film che non mi è piaciuto. Benché non non sia per niente in linea con i miei gusti ho deciso di guardare questo film perché tutti ne parlavano incredibilmente bene e mio fratello mi aveva già più volte chiesto di andare a vederlo. Non è stata l'eccezione che conferma la regola: American Sniper è la solita americanata, 134 minuti che si sentono tutti di puro patriottismo americano. Per gli amanti del genere sarà sicuramente piacevole, per me è stato noioso ed infinitamente lungo.

American Sniper (2014, USA, diretto da Clint Eastwood) è la storia di Chris Kyle, conosciuto per essere il più grande cecchino americano. Ha ucciso, durante le sue missioni, 160 persone confermate dal Pentagono. Penso che questa sarà la recensione più corta che farò perché, che ci crediate o no, la maggior parte del film è fatta di sparatorie, sangue e affini. Forse l'unico aspetto interessante del film è il parallelo fra Kyle e la sua nemesi, un terrorista iracheno. Kyle è un tipico trentenne americano (profondamente credente in Dio e nel suo Paese, amante della caccia e della famiglia) del Texas, che ad un certo punto della sua vita decide di mollare le gare del rodeo e dare un senso alla sua vita arruolandosi nel corpo dei Navy SEAL.

Durante l'addestramento Kyle conosce Tyla, una ragazza che si presenta a lui dicendole che non si sarebbe mai sposata con un marine per via dei rischi del loro mestiere; inoltre, mentre i due si frequentano, Kyle dimostra di avere grandi doti come cecchino. Avviene l'11 Settembre e il giorno del suo matrimonio, Chris viene chiamato in missione in Iraq. Kyle parte e la sua prima vittima è un bambino, la seconda è la sua giovane madre. Mentre Tyla lo aspetta incinta in America, lui si guadagna il sopranome di "Leggenda" per la precisione e il numero di vittime che miete durante il servizio. Torna a casa la prima volta in tempo per la nascita del suo primo figlio (il fatto che questo sia palesemente un bambolotto ha fatto infuriare diverse persone), ma si vede che in lui c'è qualcosa che non va: guarda continuamente tg che si occupano della missione irachena e per ogni minimo rumore si mette in allerta. La moglie lo rimprovera, per la prima volta, di essere presente con la famiglia solo fisicamente, non con la testa né con il cuore. Kyle ha infatti sviluppato una sorta di ossessione per due personaggi in particolare: un ex tiratore olimpico convertito al terrorismo e il braccio destro del numero uno di Al-Queda.

Nonostante le preghiere della moglie, che alla sua partenza è nuovamente incinta, Chris parte una seconda volta. Stesso nel quadretto: tante morti, fra cui quella del famoso "braccio destro" il cui ultimo gesto è conficcare un trapano prima nella gamba, poi nel cranio di un povero bambino (si vede abbastanza bene, quindi se siete sensibili come me, girate lo sguardo) e uccidere suo padre. Chris incontra in Iraq anche suo fratello, che ha un aspetto così traumatizzato che non si avvicina nemmeno a quello di una Leggenda. Per la prima volta Chris fa questa bella cosa di chiamare sua moglie nel bel mezzo di uno scontro a fuoco e lascia questa poverina con una pancia enorme in lacrime e disperata in mezzo alla strada. Comunque Chris torna a casa una seconda volta e la situazione peggiora rispetto alla prima: è assente, arriva addirittura a cercare di uccidere un cane che stava giocando con figlio e la moglie stavolta lo minaccia che se parte per la terza volta al ritorno non ci sarà più.. Lui però in Iraq non ha ancora finito, l'ex tiratore olimpico è ancora vivo.

Dalla terza partenza, parte una sorta di parallelo: su Kyle viene messa una taglia che l'ex tiratore vuole e Kyle, per contro, vuole il tiratore morto. Con un colpo impossibile, la Leggenda riesce ad averla vinta, scatenando un casino senza paragoni (durante il quale lui chiama di nuovo la povera moglie con un romantico sottofondo di proiettili) che finisce con l'unica scena "interessante" del film, ovvero una tempesta di sabbia nella quale si sentono solo urla e colpi d'arma da fuoco e si vedono solo ombre. Soddisfatto, Kyle torna a casa per sempre e sembra finalmente tornato alla normalità. Diventa persino un ottimo marito e un ottimo padre, due cose che prima aveva egoisticamente trascurato. È un fiero SEAL in congedo che si dedica ai reduci di guerra, finché uno di essi con sindrome da stress post-traumatico, lo uccide sparandolo. Aveva 38 anni.

Ora, premesso che io a questa storia della "missione di pace" non potrei crederci meno di così, che se secondo me è troppo facile andare a fare gli eroi e soprattutto i padroni in casa d'altri tanto se ci scappa la morte di un innocente "non si poteva fare altrimenti" e che a me il patriottismo americano mi manda in bestia: per quanto possa dispiacermi per un ragazzo morto giovane che lascia una famiglia che ben poco s'è goduto, questo è uno dei quattro film biografici candidati come miglior film agli Oscar. È l'unico che parla di un individuo che, se proprio vogliamo dire che ha dato qualcosa, l'ha data solo al suo paese, sacrificando per esso persino i suoi affetti. L'unico spunto di riflessione che mi ha lasciato è la conferma che la guerra fa schifo su tutti i punti, visto che il disturbo post-traumatico lo hanno anche coloro che decidono di servire il proprio paese. Però dubito fortemente che Eastwood volesse lanciare questo messaggio; è piuttosto l'elogio ad una Leggenda che porta tale nome perché ha ucciso delle persone ed io penso che non possa reggere il confronto con l'importanza che hanno ad oggi nel panorama mondiale Stephen Hawking (la teoria del tutto), Alan Turing (The imitation game), i partecipanti alla marcia di Selma (Selma). Detto questo, ribadisco che se vi piacciono i film che somigliano a delle partite di COD, questo è il film che fa per voi. Unico punto a favore, Bradley Cooper che è bellissimo.

lunedì 19 gennaio 2015

Big Eyes | Recesione

Ciao a tutti! Sono contentissima di fare questa recensione. Come forse ho già detto, Tim Burton è il mio regista preferito e non vedevo l'ora di vedere questo film. Purtroppo a causa del "problemino" di cui ho parlato nel post precedente non sono riuscita a vederlo al cinema come ho sempre fatto per i suoi film e mi sono dovuta accontentare dello streaming che per fortuna era perfetto.
Giorni prima di vedere questo film, ho avuto una discussione su facebook con una ragazza che, a suo dire, non capiva come mai una persona col suo stile faceva film del genere. Siccome non lo avevo visto, mi sono limitata a dire che un artista di qualunque campo deve sentirsi libero di sperimentare quando ne sente il bisogno. Quando altri utenti le hanno fatto presente che questo film era l'essenza di Burton, la signorina ha allora parlato di "base di costruzione" (stile e base di costruzione sono due cose completamente diverse) e quando le hanno fatto presente che anche quella era burtoniana al 100%, ha cancellato il suo post. Quindi io il film l'ho guardato con questo pensiero fisso: questo film è Burton? La risposta è che sì, lo è assolutamente almeno per me. Dico "almeno per me" perché tutto dipenda da cosa ci viene in mente appena pensiamo ai suoi lavori: questo non è un film in stop-motion, non è nemmeno nel suo tipico stile gotico/creepy burtoniano, quindi se per voi il suo lavoro è questo è altamente probabile che rimarrete delusi. Ma se per voi Tim Burton è in quei primi piani tipici dei suoi film, nelle musiche di Danny Elfman (qui presenti), nel suo uso non convenzionale dei colori allora state certi che questo film si prenderà un posticino nel vostro cuore.

Big Eyes (2014, USA, directed by Tim Burton) racconta la straordinaria storia di Margaret Keane, pittrice degli anni '60 interpretata da Amy Adams che grazie a questo ruolo ha vinto un Golden Globe. Il film inizia con una voce narrante che ci dice che Margaret lascia il suo primo marito in un periodo in cui le donne separate venivano viste di buon grado e scappa con la figlia. Si trasferisce a San Francisco dove incontriamo per la prima volta DeeAnn (Krysten Ritten) e già qui possiamo notare un meraviglioso parallelismo tra il candore della nostra protagonista e la nerezza della sua amica, sia negli abiti che nei capelli.
DeeAnn è infatti l'opposto di Margaret: la prima è una donna forte e sicura di sé mentre la seconda è così fragile e insicura da sembrare di porcellana. Nonostante la sua bravura, era molto difficile per una donna lavorare, tanto che ad un colloquio le viene chiesto se suo marito è d'accordo che lavori ed è anche anche peggio la donna è divorziata. Quindi Margaret vive (s)vendendo i suoi lavori e facendo caricature per strada a poco prezzo. È proprio qui che incontra Walter Keane, un artista come lei che di che, tuttavia pare avere la personalità adatta per vendere, grazie al fatto che il suo vero lavoro è quello di agente immobiliare. Probabilmente affascinata da quest'uomo esageratamente sicuro di sé, i due cominciano a conoscersi e Margaret arriva a spiegargli che gli occhi nei suoi disegni sono così grandi e sproporzionati perché rappresentano per lei la parte più caratterizzante di un essere umano.
Ma è quando a Margaret arriva una lettera del suo ex marito nella quale lui pretende l'affidamento della figlia. La pittrice è consapevole che la sua situazione non è delle migliori e che il marito potrebbe seriamente avere l'affidamento, Margaret accetta la tempestiva proposta di matrimonio di Walter. Al ritorno dal loro matrimonio alle Hawaii, Walter tenta invano di far esporre nelle galleria d'arte  non solo i suoi disegni, raffiguranti strade di Parigi nella quale lui afferma di aver trascorso una settimana, ma anche quelli di Margaret che vengono tuttavia bocciati perché quello era il periodo dell'arte astratta. Riesce tuttavia ad affittare i muri del corridoio del bagno del locale di Banducci. Qui riesce a vendere un primo dipinto di Margaret spacciandolo come suo ma con passare del tempo, irritato dalla posizione poco decorosa che gli era stata concessa, ha una lite con il proprietario del locale durante la quale Walter spacca in testa a Banducci un quadro con gli occhioni.
L'avvenimento suscita un tale scalpore che tutti si recano nel locale per ammirare i quadri di Margaret e ne parla persino il giornalista Dick Nolan e Kean, approfittando del cognome "Keane" continua a far passare i dipinti per suoi, nonostante l'ammonimento di Margaret che lui convince a restare a casa con la figlia per dipingere. Un giorno Margaret si reca al locale con un nuovo dipinto e qui scopre che Walter ha continuato a far spacciare per suoi i dipinti. Dopo un'accesa discussione a casa, Margaret si fa convincere che entrambi sono i "Keane" e che la loro strategia è quella di unire il talento artistico di lei alla frizzante personalità di lui.
Continua così per un bel po' di tempo, finché il signor Olivetti (notate qui il modo in cui cambia l'accento per sottolineare l'italianità del personaggio) non compra un suo quadro per cinque mila dollari. Keane diventano una vera e propria moda e Walter, genio del marketing, la cavalca mettendo aprendo una galleria personale e in vendita qualsiasi cosa rappresentante i lavori della moglie, dai poster alle cartoline. Mentre lui si gode la vita da personaggio di spicco, Margaret rimane nell'ombra divorata da quei rimorsi che le fanno vedere i suoi occhioni su di tutti, persino sé stessa. Arriva addirittura a inventarsi uno stile completamente nuovo, mentre suo marito le commissiona dei disegni fatti ad hoc per personaggi famosi che lui stessi andrà a consegnare... in pubblico, naturalmente.
Il personaggio di Margaret è sempre più pallido e quello di Walter sta arrivando alla pazzia, tanto è ossessionato dai soldi e dalla fama. Si sta sgretolando sia il loro rapporto, che quello di Margaret e sua figlia. Il terribile epilogo non tarda ad arrivare: Margaret scopre che i dipinti parigini del marito non sono in realtà i suoi e che ha una figlia, per contro Walter decide che i Keane rappresenteranno l'unicef alla mostra di NY con un disegno enorme, che causerà non poco fastidio alla nostra pittrice per la grande mole di lavoro di cui necessita. Inoltre, una volta finito ed esposto, verrà criticato da un famoso critico d'arte scatenando l'ira di un Walter ormai completamente fuori di testa e il disegno verrà ritirato. E qui c'è il momento clou del film: tornati a casa, Walter è furioso. Gioca nervosamente con dei fiammiferi dicendo che farà causa a tutti; non contento, addossa tutte le colpe su di Margaret arrivando a lanciare i fiammiferi a lei e sua figlia. Terrorizzate, le due fuggono nello studio della pittrice e qui Walter inizia a chiamarle spiando dal buco della serratura. Vi ricorda qualcosa? Esatto, Shining!
Le due riescono a fuggire dal retro e scappano alle Hawaii, dove Margaret trova la pace interiore con l'aiuto di due testimoni di Geova e Walter inizia a perseguitarla finché non si decide di passare per via legali. Vi prometto che la scena di Walter, per la prima volta impacciato, vale da sola tutto il film! Il verdetto finale vede Margaret vincitrice, non essendo stato Walter in grado di disegnare nemmeno un puntino sulla tela.
Il finale, che stavolta ho deciso di raccontarvi perché è un film biografico quindi vi basterà cercare notizie su internet per spoilerarvi da soli come va a finire, ci dà anche qualche informazione su come se la son passata dopo gli sventurati: Walter non ha mai ammesso che quelli non erano i suoi lavori e non ha mai più disegnato, Margaret ha invece continuato a disegnare e si è risposata.

Questa vicenda fece a suo tempo parecchio scalpore e Margaret fu una figura importante nello scenario femminista del tempo: all'inizio del film, fateci caso, Margaret dice qualcosa che suona molto come "senza un uomo non può stare" ed alla fine del film, dopo anni di assoggettamento e lavaggi del cervello arriva a far causa a suo marito. Si riprende in mano la sua vita e tutto quello che gli era stato rubato. Gran bel lavoro per entrambi gli attori e mi è piaciuto un sacco il modo in cui si evolve la follia di Walter. Ho sempre trovato che questo scavo nella psicologia del personaggio sia forse l'aspetto più interessante di Burton e qui è fatto davvero bene. Per il mio personalissimo gusto, questo è appena diventato il mio film preferito del mio regista preferito.

lunedì 12 gennaio 2015

Big Hero 6 | Recensione

Ciao e, prima di tutto scusate l'assenza. È imperdonabile, considerando il fatto che mi ero riproposta di essere il più costante possibile MA ho una più che valida giustificazione: come già scritto, ho avuto a Ottobre un meraviglioso virus influenzale. Diciamo che sono guarita nel giro di tre giorni e tutto è tornato alla normalità; ho ripreso ad andare in facoltà, a guardare film, a scrivere, leggere, studiare, giocare ai videogame, frequentare il corso di regia e sceneggiatura. Questo per due settimane circa, perché poi a Novembre inoltrato è iniziato l'inferno con una tosse, che mi ha tenuto a casa altro tempo ed in pratica ogni volta che osavo mettere il muso fuori di casa perché mi sembrava che la situazione fosse migliorata, il sintomo ritornava e per di più peggiorava. Quindi sono andata dal medico, che mi ha dato delle medicine e, finita la terapia, dopo due giorni è successo il misfatto: due giorni con fiato corto, con il petto di marmo, con la notte che sembravo preda di una delle peggiori possessioni demoniache che avrebbero fatto accapponare la pelle anche al caro Friedkin. Risultato: Domenica (perché queste cose accadono sembra nei giorni non feriali) non riuscivo nemmeno a mettermi una giacca quindi i miei mi hanno portato dalla guardia medica, dove ho scoperto che avevo in circolo da due giorni circa, una crisi asmatica. Puntura e puff, portata per sicurezza al pronto soccorso. Buttata lì fino alle 7 di sera circa, dopo una radiografia e senza dirmi niente mi fanno sedere in un lettino mi mettono il saturimetro. Quindi, con tanto di faccia allarmata e ancora senza dirmi niente, decidono di chiudere la tendina e iniziano a farmi diverse analisi. Ora: io dell'asma ne sapevo poco e niente, più o meno quanto ne ho visto nei film e soprattutto ho il terrore degli aghi. Speravo di cavarmela con un «tieni, comprati un inalatore e quando stai male usalo» invece mi sono trovata con un'infermiera che mi bucava ripetutamente il braccio nel disperato tentativo di farmi un emogas (che fino ad allora non avevo la più pallida idea di cosa fosse e sinceramente avrei preferito non saperlo) e un'altra nell'altro braccio che cercava disperatamente le mie vene per farmi un prelievo, il tutto condito che domande del cazzo del tipo «ma si può sapere dove hai le vene?» alla sottoscritta in lacrime perché, dulcis in fundo, mi avevano appena detto che avrei passato la notte in osservazione.
Sorvoliamo pure sulla notte in ospedale, perché davvero, farebbe deprimere anche voi. Vi dico solo che da quel che ho capito ho una bronchite (che mi aveva già mandato in ospedale quando avevo otto anni) non curata, che ha portato ad un'infiammazione che bronchi, che ha scatenato una crisi asmatica di natura allergica. Allergia/e che non so assolutamente di che natura è/sono.
Quindi al momento la mia situazione è questa: posso uscire di casa solo in casi di estrema necessità perché l'allergia potrebbe essere causata da qualche polline e non so se la bronchite, nonostante una divertentissima e lunghissima cura con l'aerosol, è passata del tutto ed inoltre mi sono ritrovata a dover recuperare in poco tempo tutto il materiale che avrei dovuto studiare a lezione e nei giorni in cui sono stata male. E, in tutto questo, ho potuto guardare solo Big Hero 6 in streaming e non posso andare al cinema né a vedere Paddington né a vedere Big Eyes perché devo evitare il più possibile i luoghi affollati.
Ah, e ho pure dovuto togliere i miei peluche/gadget/qualsiasi cosa dalla camera e vi posso assicurare che per me è stata una tragedia così come è una tragedia convincere me stessa a non acquistare altre di queste cose, almeno finché non sono sicura che il problema non è la polvere.


Ma, dopo questa mica-tanto-breve parentesi del cui contenuto non fregava un ceppo a nessuno, passiamo al sodo: Big Hero 6 (2014, animazione, D. Hall e C. Williams) è probabilmente uno dei più bei capolavori dell'animazione Disney degli ultimi tempi, di quelli che ti lasciano dell'amaro in bocca più di una volta e che quando finisci di vederli ti asciughi una lacrima superstite e dici solo WOW.
È basato sull'omonimo fumetto della Marvel, la cui acquisizione da parte della Disney è avvenuta nel 2009. Purtroppo non ho letto il fumetto, quindi non posso dirvi le differenze che possono esserci, però posso assicurarvi che Baymax ha totalmente e incondizionatamente rubato il mio cuore.


È ambientata a San Fransokyo e quasi tutti i personaggi principali hanno nomi che ricordano molto il Giappone: Hiro, il protagonista, è un giovane talento. Ha appena 14 anni ed è già diplomato e siccome si ritrova un sacco di tempo libero, progetta piccoli e temibili robot da portare ai bot duelli. In quell'ambiente non ha sicuramente una buona fama, anche perché, diciamocelo, ha un atteggiamento un po' da sbruffone. A salvarlo ogni volta c'è il suo amato fratello Tadashi, che ogni volta finisce nei guai insieme a lui e tocca a loro zia Cass riportare definitivamente l'ordine. Perché vivono con la zia? Hiro e Tadashi sono orfani. Questo è probabilmente il motivo per cui Tadashi desidera che il fratello entri all'Istitute of Technology, dove lo porta e gli presenta i suoi colleghi: Gogo Tamago, Wasabi, Honey Lemon e la mascotte Fred. Hiro conoscerà inoltre il direttore Robert Callaghan, che esprimerà il suo desiderio di averlo in istituto e quindi la sua partecipazione al "test d'ingresso" e soprattutto incontra Baymax, un morbidissimo robot da primo soccorso che è il progetto cui il fratello lavora da tempo.



Hiro quindi userà tutta la sua conoscenza e si presenterà al test con i microbot, ovvero dei robot minuscoli che funzionano con controllo mentale e che rappresentano una grandissima innovazione. Questi microbot faranno gola a Alistair Krei, un industriale che cercherà di comprarli. Hiro rifiuta e la rabbia nel viso di Krei non fa pensare a nulla di buono.
Viene naturale quindi, pensare a lui per quello che succederà dopo: un incendio scoppia all'istituto e Tadashi non esista a buttarsi tra le fiamme per salvare Callaghan. Tadashi muore, Hiro si ritrova solo di nuovo. Cade in una profonda tristezza che nemmeno Baymax, che Tadashi aveva portato a casa sua non si sa bene quando, riesce ad alleggerire. Durante un'esilarante conversazione con candido Baymax, Hiro scopre che l'unico microbot superstite dall'incendio cerca di liberarsi dall'involucro che lo contiene per muoversi in una direzione ben precisa: il microbot cerca di raggiungere altri suoi simili. I due si trovano quindi a seguire, come se fosse una bussola, la direzione segnata dal microbot, fino a giungere ad una vecchia industria all'interno della quale qualcuno sta producendo i microbot in serie massicce. E quel qualcuno appare come Yokai, un misterioso individuo con maschera Kabuki che tenta per la prima volta di uccidere i due sventurati compagni.
Riusciti a salvarsi, i due tornano a casa e Hiro capisce da subito che la morte del fratello non è stata un caso. Decide quindi di scoprire chi si nasconde dietro la maschera e per farlo costruisce una possente armatura a Baymax, scatenando in lui crisi esistenziali e inserisce, accanto al chip medico del fratello, un secondo dove lui ha inserito delle mosse di arti marziali che Baymax potrà apprendere all'istante. Nella notte decidono di seguire nuovamente il microbot, ma Yokai ne ha costruito tanti che le nuove abilità di Baymax non sono abbastanza. I due sembrano spacciati, di nuovo. MA in soccorso arriva Wasabi e tutto il resto delle squadra (precedentemente contattati da Baymax nel tentativo di migliorare l'umore del suo piccolo amico), che grazie alla macchina riescono a fuggire dal pericoloso criminale anche se con non poche difficoltà.

Vanno quindi a casa di Fred scoprendo che è ricchissimo dove, una volta sistemati, si decide sul da farsi: tutti sono convinti che l'incendio sia stato programmato, che l'attentatore sia il ricco Krei e che bisogna fermarlo. Usando le straordinarie conoscenze di tutti, vengono creati dei piccoli attrezzi che trasformeranno tutti loro in piccoli eroi e anche le abilità di Baymax saranno migliorate. È proprio grazie ad una di queste che riescono a localizzare Yokai, che si trova in una piccola isola, all'interno della quale è presente quella che sembra essere un'altra fabbrica dismessa. Lì ci sono dei vecchi filmati che mostrano Krei e una piccola equipe presentare a degli investitori quello che sembra essere un teletrasportatore. Ma qualcosa va storto, il portale si rompe e Abigal, la "cavia", rimane bloccata chissà dove.
Yokai attacca i ragazzi e dopo un faticosissimo scontro i ragazzi riescono a togliergli la maschera che controlla i microbot. Yokai non è Krei, è il professor Gallaghan. Hiro accecato dal doloroso pensiero che la morte di suo fratello sia stata causata dall'uomo per cui lui si è sacrificato, toglie il chip medico a Baymax trasformandolo in una macchina di distruzione e scagliandolo contro il professore, al momento indifeso. Honey Moon riesce a salvarlo ed Hiro e Baymax tornano a casa. Hiro cerca di togliere di nuovo il chip medico al robot, che accortosi della sua rabbia, decide di mostrargli i video che Tadashi si faceva durante la sua creazione.

Hiro ha quindi capito che il fratello non avrebbe voluto né che Baymax cambiasse, né la vendetta. Torna dai suoi amici che nel frattempo hanno fatto l'agghiacciante scoperta: Abigail era la figlia di Gallaghan, quindi lui vuole vendicarsi di Krei.
Gallaghan ha infatti aperto un altro portale con l'intento di far sparire prima le sue industrie, poi Krei, ma l'intervento della squadra rovinerà i suoi piani: staccando i microbot l'uno dall'altro, questi vengono assorbiti dal portale e quindi una volta esauriti il professore avrà perso la sua unica arma. Ma mentre i poliziotti arrestano Gallaghan, Baymax sente la presenza di vita umana all'interno del portale: volati dentro, Hiro e il robot scoprono che Abigail ha dormito in un sonno perpetuo tutto questo tempo. L'uscita però, si rivela letale per Baymax, perché il portale si sta spegnendo e il pugno razzo è l'unica speranza di salvezza per Hiro e la ragazza. Baymax quindi si sacrifica per tutti...

MA COLPO DI SCENA! L'animazione che ci piaccia o no è pur sempre destinata ai bimbi, quindi non finisce così, tranquilli! Il finale ha portato me e i ragazzi con cui ho fatto il Capodanno ad una lunghissima conversazione notturna sul se noi siamo il nostro corpo o la nostra mente e soprattutto se queste due cose sono scindibili. Inutile dire che a me è piaciuto un sacco, considero Baymax tenero quando Sdentato, è davvero ma davvero qualcosa di inimitabile! Quindi nulla, io ve lo consiglio perché come al solito i cartoni hano da insegnare più agli adulti che ai bambini!