mercoledì 8 luglio 2015

Il libro della vita | Jurassic World | Recensione

Ciaone ragazzi. Sono in piena sessione estiva (e sto scrivendo la tesi) quindi il tempo è quello che è e dovete perdonarmi. Film ne ho visto pochi, oggi mi occuperò di due.

Il libro della vita (2015, USA, Jorge Gutierrez) è un film che nella produzione ha Mr. Guillermo del Toro. Sono stata letteralmente dal trailer, con tutti quei colori e quelle musiche, mi è piaciuto da morire e quindi me lo sono guardato. Mi piacerebbe, un giorno con più tempo, guardarlo in spagnolo. Il motivo è molto semplice.
Ci sono due cose che non ho gradito in questo film: la prima, che riduco per ora all'adattamento italiano, sono le musiche tipiche messicane con testi in italiano che secondo me storpiano non poco il contesto (come per Tchaikovsky nel film Lo schiaccianoci 3D) il secondo, è la storia "di contorno" dei ragazzini in visita per punizione al museo.
Comunque, tralasciano questo piccolo particolare, io adoro le maschere de La Muerte tipiche del Messico e in questo film c'è ne sono in abbondanza.
Sì perché questo film, spagnoleggiante fino al midollo, racconta del triangolo amoroso fra Manolo, la bella Mar
ía e Joaquín, che al momento sono ancora bambini che si contendono l'amore al cimitero, nei giorno in cui si va a trovare i morti per far sì che questi non vengano mai dimenticati. Sul loro amore, la Santa Muerte, che si presenta come una sensualissima donna messicana dal grandissimo sombrero, fa una scommessa con il suo amato Xibabalba (che a me ha ricordato Discord della serie My Little Pony) che è stanco di presiedere quel mondo oltre-la-vita dove ci sono le anime dimenticate e tutto è molto cupo e triste. La Santa Muerte scommette su Manolo, Xibalba invece pensa che a conquistare il cuore della giovane sarà il valoroso Joaquín. Quest'ultimo però dona, di nascosto, un piccolo aiuto al suo baldo giovane: una spilla che lo rende invincibile. E infatti nella vita si rivelerà un vincente, anche quando María sarà mandata in Europa perché troppo indisciplinata, allontanata quindi da San Angel e dai suoi due pretendenti. Manolo invece si rivela insicuro, deve fare i conti con uno dei più grandi luoghi comuni del cinema: lui vuole guadagnarsi da vivere facendo musica, mentre i suoi parenti pretendono che lui faccia il torero nonostante trovi sbagliato uccidere un toro (spunto interessantissimo per un film del genere). Al ritorno di María, ormai grande, si scateneranno una serie di tentativi di conquista da parte di entrambi i ragazzi, è palese che Manolo sia il preferito ma il padre della giovane vorrebbe che lei si sposasse con Joaquín, perché è un giovane che si occupa di difendere la città dai banditi e suo padre scacciò dal paese uno dei più efferati criminali che San Angel abbia mai conosciuto. Dopo una discussione, Manolo chiede alla sua amata di vedersi in privato e qui Xibalba fa sì che si crei una scena alla Romeo e Giulietta dove María viene addormentata e Manolo, colmo di sensi di colpa, si fa uccidere dal serpente mentre la sua amata di risveglia e si ritrova davanti al fatto di dover sposare Joaquín, poiché del frattempo egli ha minacciato di andarsene e il criminale ha scoperto della sua spilla e sta tornando a San Angel per riprenderselo.
Manolo nel frattempo incontra tutti i suoi antenati nel mondo de la muerte e con il loro aiuto riesce a farsi accompagnare prima da un uomo che fabbrica candele che ricorda terribilmente la nuvola del corto Pixar Partly Cloudy. Raggiunta la Santa Muerte, tutti coloro che dovevano tornare alla vita possono finalmente farlo e affrontare così il ritorno del nemico al villaggio.
Come ho già detto, il tutto è contornato da quella che dovrebbe essere la storia principale, ovvero quella di alcuni ragazzini che per punizione devono visitare un museo. Sì, per punizione. E vabbè! A parte questo, secondo me i loro interventi e commenti sporadici fanno perdere un po' l'attenzione, sono sostanzialmente inutili. Se proprio non se ne poteva farne a meno, sarebbe stato meglio secondo il mio modestissimo parere inserire una brevissima sequenza alla fine, come ad esempio in Balto. Per il resto nulla da obbiettare, i colori sono bellissimi a la storia è ironica al punto giusto (bellissimo il maialino che María si porta dietro, come Homer Simpson) da essere apprezzabile anche per i bambini pur trattando un tema triste e complicato come la morte.

Jurassic World (2015, USA, Colin Trevorrow) è tutt'altra roba. Come stavo dicendo a mio fratello, si basa su una serie di cattive idee che secondo me il film poteva sottotitolarsi, parafrasando Lemony Snicket, "una serie di sfortunate idee". Perché voglio dire:
Fare un nuovo parco fra le ceneri di quello vecchio con lo stesso tema chiuso perché ha causato un sacco di morti è una cattiva idea;
Creare un dinosauro con i pregi di tanti altri animali è una cattiva idea;
Mandare i tuoi nipoti minorenni e un po' indisciplinati, di cui uno in piena adolescenza con gli ormoni che gli fanno fumare le orecchie e un leggero vizio nel mettere in  pericolo il fratello, a vagare in una palla fra i dinosauri è una cattiva idea.
Però m'è garbato da morire: prima di tutto il fatto che il proprietario fosse la versione indiana dell'Iron Man di Robert Downey Jr, poi il fatto che la zia stacanovista è riuscita a correre nelle foreste, scappando da un dinosauro/mostro/ibrido potenzialmente invincibile che si chiama Indominus Rex  ma anche Godzilla ci stava benissimo, è qualcosa ai limiti dell'impossibile ed io da ragazza che sui tacchi riesce a fare 5 passi e poi uno a terra, non sapevo se ridere o piangere. Ma soprattutto sono tornata a quand'ero piccolina, la scena finale giuro che mi ha quasi fatto commuovere, giuro. È pericoloso fare sequel di questo tipo, su film cult e che alcuni "nerd" hanno considerato come roba da "nerd", quindi sacra (basti pensare al pandemonio che si sta creando attorno al fatto che nel sequel di Ghostbusters le protagoniste saranno femmine), quindi le critiche me le aspettavo a priori, più o meno come da alcuni "Otaku" - otaku si fa per dire, eh - per 47 Ronin. Io ho lasciato stare e mi sono gustata questo film in tutta la sua fantasia, perché già il primo era qualcosa di altamente imporbabile, ma finché non avrò la possibilità di tornare bambina correndo per Disneyland Paris mi accontento anche di questo.
E poi un'altra cosa: sin dal primo Jurassic Park mi sono messa a fantasticare su quanto bello e vantaggioso potesse essere avere un dinosauro, nello specifico un T-Rex, addestrato. Chris Pratt era lì ad addestrare velociraptor come fossero delfini in un parco acquatico e c'è persino un Mosasauro che delizia come se fosse un'orca. Roba da matti. Io che mi ero sempre immaginata, in deliri da persone che avrebbe bisogno di caffeina ma non gradisce il caffè, di presentarmi alle verifiche prima e agli esami poi, con un T-Rex per prendere 30 e lode come se niente fosse, avevo davanti una dimostrazione tangibile che non ero poi così tanto fantasiosa.
Non sto qui a raccontarvi la trama perché credo che non ce ne sia bisogno, chi non vede Jurassic World non ha visto Jurassic Park e quindi non ha bisogno di niente. Chi aveva bisogno come me di tornare ai bei vecchi tempi l'ha già visto. E non ditemi che la morte dei brontosauro non vi ha ricordato la morte del nonno di Piedino di La Valle Incantata. Sentiamoci vecchi. E nostalgici.

mercoledì 13 maggio 2015

La Storia della Principessa Splendente, Cenerentola, Home



Scusatemi, davvero. Anche se siete silenziosi avete continuato a seguirmi ed io sono un'ingrata. La mia scusa stavolta è anche più triste delle altre: in pratica ho avuto (ed ho ancora) l'internet che gioca a nascondino. Ho inoltre preparato l'esame di Storia e Critica del Cinema, il famoso esame alla cui professoressa avevo chiesto la tesi. Grosso errore: VOLEVO, DOVEVO assolutamente fare bella figura perché il mio corso di laurea è a numero aperto e trovare un relatore è difficilissimo: mi ha concesso la tesi, pur scegliendo lei l'argomento e scartando i miei a priori, senza nemmeno conoscermi. Mi ha concesso il beneficio del dubbio e questa cosa mi ha messo sotto pressione che è una meraviglia. Sono una persona molto ansiosa, più di quanto possiate immaginare e molto timida, gli esami orali per me sono un grosso problema e li vivo malissimo già senza mettermi da sola delle grosse aspettative... quindi immaginatevi cos'è stato per me affrontare tutto.
Comunque alla fine è andato bene, l'ho passato e sono tornata a casa con due proposte di tesi intese come due film. Uno non l'ho nemmeno visto perché il primo mi era piaciuto un sacco: L'arpa birmana, un film giapponese del 1956 contro la guerra. Ed io adoro l'Asia, specialmente il Giappone e ancor di più la Birmania. Adoro la spiritualità del buddhismo e quindi questo film sembrava fatto per me. Poi oltre ad internet che va a balzi, è successo una delle cose più tristi. La salute di mio nonno, 87 anni, si è aggravata e Sabato notte ci ha lasciati. Avevo l'immensa fortuna di aver perso solo un nonno finora ed ero molto piccola, però tutto sommato sono riuscita a non prendermela più di tanto.

Ma passiamo ad argomenti più felici. Tipo gli unici 3 film che sono riuscita a vedere (se non consideriamo Age of Ultron, che non penso recensirò perché pur conoscendoli non ho una grande conoscenza dei fumetti): ovvero La storia della principessa splendente, Cenerentola e Home.
Iniziamo dal principio, quello già accennato nel post precedente, ovvero La storia della principessa splendente. Ispirato da un'antica leggenda giapponese, è diretto da Isao Takahata.
Ecco, qui potrei rischiare di scatenare un po' d'odio: mi è piaciuto? Nì. La storia nel complesso è molto carina, ma secondo me la lunghezza del film rischia di renderlo un po' troppo... lungo appunto. Ci sono dei punti in cui, insomma, ti accorgi che il film sta durando 2 ore e più.
L'inizio del film, dove lei è piccola e insegue la rana mi hanno fatto una tenerezza incredibile, mi è piaciuto moltissimo anche la storia dei pretendenti che sa proprio di racconto da mille e una notte e, soprattutto, mi è piaciuto il modo così accurato con cui Takahata spiega l'educazione e i canoni di bellezza del tempo, come ad esempio i denti neri. È una riflessione sul rapporto genitore figlio in cui le posizioni dei due genitori sono ben distinte: la madre è una mamma chioccia e fino all'ultimo non si preoccupa mai dell'educazione regale della figlia, lei le voleva bene allo stesso modo anche quando correva scalza per i boschi. Dopo tutto, Principessa è vero e proprio dono, che si è presentato da lei dopo una vita senza figli e in un'età in cui averne era ormai impossibile. Il Padre invece pretende da lei ma lo fa per il suo bene, nel desiderio che lei viva una vita degna e felice, rendendosi conto di quanto il suo amore fosse effettivamente troppo quando Principessa desiderò tornare da dov'era venuta.
C'è una cosa che non mi è piaciuta, ed è stata la reazione dei fan agli Oscar. Molti hanno gridato all'ingiustizia perché è un film capolavoro che meritava l'oscar se non per il suo omaggio alla tradizione giapponese (cosa che hanno TUTTI i lavori dello Studio Ghibli) quanto per la particolare tecnica di disegno. Ecco, questo non l'ho gradito per il semplice motivo che l'anno scorso tra le candidature c'era un film d'animazione francese, Ernest e Celestine, che aveva anch'esso una particolare tecnica di disegno ma nessuno se lo filò. Per questo credo che non sia lo studio Ghibli ad essere di "serie B": in quella categoria ci sono tutti gli altri, quest'anno ad esempio è toccato da Boxtrolls che se entriamo nell'ottica del film d'animazione = film per piccoli, aveva un importantissimo messaggio da dare e invece, poveraccio, è diventato di nicchia. Io comunque il 25 Maggio andrò a vedere il documentario sullo Studio Ghibli.

Passiamo a Cenerentola, che va ad aggiungersi a quella che sembra essere una nuova tradizione Disney: i live action. Sono già stati confermati Dumbo, alla regia di Tim Burton, La Bella e la bestia di cui credo di aver visto almeno una ventina di cast "ufficiali" diversi e il Libro della Giungla. Personalmente all'inizio non ero molto convinta. Prima di tutto non mi piacevano le sopracciglia di Lily Evans (non la grandezza perché anche io le tengo così, quanto piuttosto il colore), poi il principe non mi sembrava nemmeno lontanamente degno di essere paragonato a quello del cartone e infine io Helene Boham Carter nei panni della fata madrina proprio non riuscivo a vederla dopo un trilione di pellicole in cui faceva la "cattiva" della situazione. Invece mi è garbato moltissimo. Hanno dedicato qualche attimo in più ai genitori di Ella che nel cartone sono liquidati in fretta facendo quasi passare il padre come uno che il giorno dopo stava già cercando moglie. C'è sentimento in questo film: la matrigna poi, la bellissima Cate Blanchett ha dimostrato tutta la sofferenza dell'essersi trovata vedova di un uomo che profondamente amava e con due figlie a cui voleva così tanto bene da volere il meglio per loro (a prescindere dai loro desideri, esattamente come in La storia della principessa splendente). Dare un'anima alle "villains" è una cosa che non tutti hanno apprezzato, soprattutto in Maleficent ma a me fondamentalmente piace questo lato, li rende più umani e allo stesso tempo più deboli. E poi c'è una cosa piccolissima che magari non tutti hanno notato, ma la matrigna e le sorellastre hanno spesso e volentieri un abbigliamento non adatto all'epoca, ad un certo punto hanno un abbigliamento palesemente anni '50 e nulla, mi è sembrato molto carino, mi ha ricordato le converse in Marie Antoinette. Ah, e poi il principe è di una bellezza incredibile, le farfalle sul vestito di Ella erano tutte anche nel mio stomaco!

Arriviamo a Home. Home è l'ultimo lavoro di casa Dreamworks. Home, ovvero "casa" si riferisce a ben due... pianeti: il nostro e quello dei homeless Boov. I boov sono degli specie di polpetti squadrati che cambiano colore a seconda delle proprie emozioni (e secondo me molto morbidi) con un'educazione (e una lingua) rigorosa e tutta loro, simile a quella che si vede in The Lego Movie (mio fratello dice che come film si somigliano infatti, a me ha ricordato un po' anche Lilo e Stitch). Tra di loro spicca Oh, che è il Boov imbranato e inadeguato, ovvero quel tipo di personaggio che è ormai una presenza fissa film. E MI RACCOMANDO NESSUNO LI TOCCHI! È la rivincita degli sfigati, quelli bullizzati, quelli imbarazzanti, che nessuno vuole, che tutti canzonano continuamente. Quelli a cui mi capita di somigliare, insomma. E io gli voglio un sacco di bene a questi personaggi qui, tifo costantemente per loro. "Oh" ad esempio si chiama così perché è l'esclamazione rassegnata che tutti fanno quando lo vedono e lui lo sa che gli altri non lo vogliono ma cerca continuamente di farsi accettare e inevitabilmente combina guai. Ma Oh sarà l'unico a capire perché i(l) Gorg continua ad inseguirli: perché loro, che pensano di essere i buoni anche si prendono la libertà di spostare tutti gli abitanti della terra in Australia e le vittime, sono in realtà i cattivi, che stanno rubando pianeti e fuggendo da chi sta solo cercando di riprendersi la sua famiglia. Famiglia, Ohana, è infatti il tema principale di questo tenerissimo film d'animazione. E Oh alla fine riuscirà ad averne una, dopo essere riuscito a salvare ben 3 diversi mondi ed aver sistemato quel gran casino che aveva creato quell'egoista del loro capo e aver fatto capire a tutti che si sbagliavano sul suo conto.




lunedì 16 marzo 2015

Il settimo figlio | Recensione

Ciao ragazzi, scusate l'assenza ma la fine della sessione ha sempre un effetto snervante su di me. Soprattutto perché ho solo due mesi di "pausa" e devo ricominciare a fare esami. E giacché me ne mancano solo cinque e non ho ancora iniziato a scrivere la tesi sono, un attimo stressata.
Comunque è da prima degli Oscar che non scrivo, quindi volevo esprimere la mia felicità per la vittoria di Eddie Redmayne come miglior attore e di Big Hero 6 come film d'animazione. Sono davvero felice, soprattutto per Eddie che ha mostrato una felicità genuina che mi ha fatto tantissima tenerezza. Ho guardato pochi film, mi sto riprendendo adesso. Uno è Il settimo figlio di cui parlo oggi e l'altro è La storia della principessa splendente di cui parlerò nel prossimo post.

Dunque: Il settimo figlio (2014, USA/GB, diretto da Bodrov), che era nelle sale fino a pochissimo tempo fa, è tratto delle serie Wardstone Chronicles o The spook's apprentice di Joseph Denaley. Leggo da Wikipedia che di 13 libri solo 2 sono stati tradotti in Italia: il primo, tradotto come L'apprendista del mago prima (che dava addirittura il nome all'intera "saga") e il settimo figlio poi e il secondo, la maledizione del mago.
Ora, per tutti i fan della saga: spero per voi che traducano anche il resto, magari in vista di un adattamento cinematografico dei restanti volumi. Se no vi toccherà leggerla in inglese (e da studente di lingue vi dico che non può farvi che bene), magari aiutandovi con questo.

Qualcuno, in qualche posto, libera un enorme dragone che a quanto pare stava rinchiuso sottoterra da un sacco di tempo. È questo, probabilmente, a rendere il drago terribilmente incazzato.
 La prima scena in cui ci appare Master John Gregory non è sicuramente delle migliori. Lo ritroviamo in una locanda a bere qualche alcolico e snobbare un signore che continua ad insistere con lui che le campane suonano perché qualcuno necessita dei suoi servigi. La situazione diventa sempre più tesa e nonostante l'arrivo del suo assistente sembri calmare la situazione, la cosa finisce in una rissa che fa mettere ko il povero sventurato prepotente che ha osato sfidare il mago. I due, comunque, decidono di muoversi finalmente dove c'è bisogno di loro: all'interno di una cattedrale trovano una bambina assatanata che, dopo una breve ma intensa lotta, libera proprio l'anima di quel dragone. Resterete sorpresi nel scoprire che quel dragone è una strega e nelle sue fattezze umane ha il volto della neopremio Oscar Julianne Moore (diciamo che questo ruolo, se pensiamo a quello che le ha fatto vincere l'ambita statuetta, è piuttosto mediocre e si vede). Quindi parte una lotta fra il mago, il suo apprendista e la strega. Il mago continua a lanciargli addosso tutte le sue conoscenze alchemiche, lei per tanto si porta nella gabbia il suo apprendista, si fa dare fuoco e fugge lasciando il povero ragazzo ad incenerire.
Master Gregory, a dire il vero, non sembra poi così toccato dal fato che una giovane vita sia finita in polvere. Ma come biasimarlo? È vecchio e deve ricominciare daccapo, trovare un degno erede ed in fretta, ora che la sua arcinemica è pronta per tornare a seminare terrore al villaggio. Pertanto facciamo conoscenza di Tom Ward, un ragazzetto che vive con la sua numerosa famiglia e il lavoro è dare da mangiare ai maiali. Un compito semplice dovuto al fatto che il ragazzo ha continuamente delle visioni, di cose passate e cose future che lo rendono debole e talvolta lo fanno svenire. Il Mago arriva da lui, settimo figlio di settimo figlio, e se lo porta via con sé per farlo diventare suo apprendista; Tom non sta più nella pelle, non vede l'ora di dare un senso alla sua vita e accetta il medaglione che la mamma gli affida senza fare troppe domande per poi fuggire in fretta. I rapporti tra Master John e Tom sono piuttosto difficili all'inizio: Tom disobbedisce al suo unico compito, ovvero quello di non muoversi dal suo "letto", rischiando di morire dopo poche ore lontano da casa e Master John lo disprezza poiché vive nel ricordo della diligenza del suo ultimo apprendista appena deceduto.
Tuttavia i due passano la notte ad allenarsi e all'alba troviamo il giovane ancora con il naso sui libri. Quindi Tom arriva ad un passo dalla morte una seconda volta: incontrano un orco, che doveva essere molto sordo e avere paura dell'acqua ma di fatto non è né l'uno né l'altro. Tom finisce in una cascata e anche stavolta Gregory credendolo morto non parte particolarmente turbato. Difatti così non è e lo stesso Mago appare piuttosto sorpreso quando Tom risale il precipizio e lo raggiunge. Cominciano quindi le prime confessioni: la strega che ha ucciso l'ultimo apprendista di Gregory è Madre Malkin e ce l'ha con lui perché i due un tempo innamorati si lasciarono, lui sposò un'altra donna e quando la strega venne a saperlo la uccise e iniziò a perseguitare il Mago (mi ricorda molto Maleficent, questo).
Sarebbe stato un buonissimo momento per Tom per confessare al suo maestro che il giorno in cui è diventato apprendista ha conosciuto una strega, che i due si sono innamorati e che durante il loro primo tocco è scoppiato quel bagliore che segnala alle streghe che quello è il loro vero amore. Ma preferisce tacere. L'unica cosa che vien fuori è che la madre di Tom è una strega e che il medaglione che lo protegge lo rubò lei stessa proprio a Madre Malkin.
Quest'ultima, nel frattempo, venuta a conoscenza della relazione fra i due incarica la ragazza di rubare quella pietra e in cambio lei salverà la vita del suo amato. Mentre la giovane riuscendo a rubargli la pietra, fa nascere in Tom il dubbio che lei non sia semplicemente al servizio di Madre Malkin e che tutto fosse solo un inganno, questa si reca al villaggio con tutti i seguaci che ha nel frattempo ingaggiato e la madre di Tom, nel tentativo di salvare quanta più gente possibile e poiché priva del medaglione, muore per poi riapparire come visione a suo figlio e dirgli che lui non è solo un settimo figlio, ma anche un po' una strega e questo lo rende invincibile. Per scoprire la verità e liberarsi della perfida strega, i due andranno al suo castello.

Considerazioni: il film non è sicuramente un capolavoro, questo va detto. Mi è piaciuta molto la dinamica genitore-figlio fra Alice & Radu e Tom e sua madre, sarebbe stato carino se fosse stato più approfondito. Per il resto è di una banalità disarmante: il Mago distaccato, tormentato e ubriacone è qualcosa di visto e rivisto, così come l'apprendista che nemmeno lui sa come ce la fa sempre. Della storia d'amore fra due fazioni che non si sopportano non parliamone nemmeno. Se notate gli effetti speciali, sappiate che c'è stato un po' di caos in questo campo, poiché la compagnia che se ne occupava è andata in bancarotta. La colonna sonora non rimane di certo in testa. Comunque immagino che nei libri ci fosse tanto di più, visto che qui le scene di azione si contano davvero sulle dita di una mano. E suppongo che Kit Harington sia stato messo lì sono per attirare più fan, come Taylor Swift in The Giver o Rick Genest in 47 Ronin. Diciamo che il trailer era un po' fuorviante, dai.

venerdì 6 febbraio 2015

La teoria del tutto | Recensione

Sciao belli, fra un esame e l'altro ho finalmente trovato il tempo per scrivervi di uno dei film più belli che abbia mai visto: La teoria del tutto. Era dai tempi di The Help che un film non mi coinvolgeva e emozionava così tanto! Prima di iniziare con la trama, vorrei chiarire una cosa che diverse persone sembrano avere difficoltà a capire: c'è un motivo per cui nel film viene dato poco spazio alla carriera scientifica di Hawking e più alla sua storia d'amore con Jane, ovvero il fatto che il film sia tratto dall'autobiografia di quest'ultima "Travelling to Infinity: My Life With Stephen", cosa che si può comunque capire leggendo il sottotitolo del film che ci dice che il film tratterà de l'incredibile storia fra Jane e Stephen Hawking. Perché è molto importante questa cosa? Perché il film non parla solo di Hawking, il film parla di Jane e senza capire questo il film potrebbe sembrare noioso. La teoria del tutto è qui un contorno, è un viaggio all'interno dell'intimità di Stephen, all'interno della vita di una delle donne più straordinarie che io abbia mai visto. Una di quelle donne da aggiungere alla lista delle donne che ispirano, assieme a P. L. Travers e Margaret Thatcher. Un film candidato all'Oscar che, secondo me, si merita tutto.

The theory of everything è quindi, prima di tutto, una storia d'amore. Un amore così forte che supera una feroce malattia e un milione e più di difficoltà. Ed infatti è proprio con un incontro che comincia la loro storia: Stephen (il bellissimo Eddie Redmayne) è un giovane ragazzo alla ricerca di un argomento per il dottorando ed un giorno, ad una festa, incontra Jane (la bellissima Felicity Jones) e già le loro prime parole, secondo me, sono poesia:
-Hello.
-Hello.
-Science.
-Arts.
Parlano tutta la sera, fra i due c'è un'intesa non indifferente e, alla fine Jane lascia al Stephen il suo numero. Iniziano i primi timidi approcci da parte di Stephen e Jane, non nasconde il suo interesse. Stephen invita Jane a pranzo a casa dei suoi dove scopriamo che anche lei sta preparando il dottorando e che l'argomento è già scelto (è importante questo per qualcosa che ci verrà poi fatto notare più volte nel film) e lì lui le chiederà di andare al ballo con lei, invito che lei accetterà. 
Il ballo, con bacio alla fine, è una delle cose più belle che io abbia mai visto, ve lo giuro. La loro storia d'amore, gli studi di Hawking procedono perfettamente ma qualcosa arriva a interrompere la quiete: Stephen non può più ignorare i chiari messaggi che il suo corpo continua a lanciargli, urlandogli che c'è qualcosa che non va, che i muscoli non rispondono come dovrebbero (prima le mani che non riescono a stringere il gessetto, poi i piedi che non stanno in posizione corretta) perché ormai la situazione si è aggravata e Stephen cade, sbattendo la faccia sul suolo della sua università.
Ricoverato in ospedale, Stephen riceve la diagnosi: si tratta di atrofia muscolare progressiva, che presto lo paralizzerà completamente. Una cosa che mi ha commosso è la domanda che Hawking fa al dottore, chiedendogli che la malattia arriverà anche al cervello. La risposta è negativa. Gli danno inizialmente due anni di vita (questo quando aveva circa 20 anni... adesso ha la bellezza di 73 anni!). cosa che lo porterà ad isolarsi da tutti, persino dalla sua amata Jane. Sarà proprio quest'ultima a convincerlo ad uscire e la scena di Stephen zoppicante che gioca a cricket è struggente. Alla fine comunque Stephen torna a studiare e, durante un convegno sulla matematica, trova l'ispirazione per la sua tesi di dottorando: l'origine dell'universo.
Nonostante il parere contrario dei genitori di Stephen, i due si sposano e nasce il loro primo bambino. Mentre i successi di Hawking in campo accademico vanno avanti velocemente come la sua malattia che lo costringerà presto in sedia a rotelle, Jane ha un secondo figlio e mette da parte i suoi studi per dedicarsi alla sua famiglia con bisogni speciali. Ci tengo a specificare questa cosa perché nessuno, a quanto pare, ha fatto caso a quanto Jane abbia sacrificato per l'amore della sua famiglia, è la conferma del detto "dietro una grande uomo, c'è una grande donna" e questo è un fatto cui bisogna prestare attenzione.
E a proposito di sacrifici, Jane continua a dire a suo marito che hanno bisogno di un aiuto, cosa che lui tuttavia continua a negare consigliandole, tuttavia, di frequentare il coro della chiesa.
Qui conosce Jonathan, direttore del coro e tra i due si instaura subito una profonda amicizia che diventa presto attrazione. Jonathan diventa quell'aiuto di cui lei aveva bisogno ma decideranno entrambi di porre fine alla loro frequentazione quando Jane ha il suo terzo figlio e la suocera l'accusa di averlo fatto con lui e non con il marito. Tuttavia Stephen, resosi finalmente conto del reale bisogno di aiuto, convince Jane a fare pace con Jonathan ed andare in campeggio con lui e i figli mentre lui si reca in Francia per assistere ad una rappresentazione teatrale. Questa io l'ho interpretata come una sorta di "autorizzazione ad andare con l'amico, ma la scena della tenda è elegantemente censurata e non vorrei aver frainteso il tutto quindi non mi scompongo.
In Francia Stephen ha un  malore dal quale si salva con una tracheotomia che, tuttavia, gli toglie l'unica indipendenza che gli è rimasta: la parola. Sprofondato nella tristezza e nel silenzio, Stephen non collabora con Jane nel comunicare con un'apposita tavoletta e boccia ogni infermiera che la moglie gli mostra, fino all'arrivo di Elaine.
Ho odiato Elaine molto prima di vedere il film. C'è, infatti, una profonda differenza fra lei e Jane: quest'ultima ha deciso di sposarlo prima che arrivasse la fama, a prescindere da una malattia che non si sapeva nemmeno a cosa avrebbe portato. Elaine ha sposato Hawking quando lui era già malato e soprattutto famoso. 
Durante il divorzio da Elaine è emerso come lei sia un'astuta manipolatrice e che, a quanto pare, aveva anche dei comportamenti violenti nei confronti di Hawking che tuttavia ha sempre negato. Questo nel film è reso molto bene, se notiamo come Elaine piano piano arriva a emarginare Jane, allontanandola suo marito, anche quando quest'ultimo sarà di nuovo in grado di parlare grazie ad un sintetizzatore vocale (bellissima citazione a Doctor Who, con Hawking che imita i Daleks), imponendosi come donna di casa e quindi sostituendosi completamente a Jane, traspordando su di sé persino i sentimento. Hawking inizia a scrivere il suo libro e decide di lasciare Jane dicendole che ha deciso di recarsi in America per ritirare un premio con Elaine.
Durante il suo discorso negli USA, c'è una scena in cui Stephen immagina di rialzarsi dalla sedia e raccogliere la penna ad una ragazza seduta in prima fila. Qui dirà le sue più celebri parole "finché c'è vita, c'è speranza". Jane intanto si è rifatta una vita assieme a Jonathan ma sarà lì quando Stephen riceve un invito dalla Regina Elisabetta che vorrebbe onorarlo con titolo di cavaliere britannico. Hawking rifiuterà tale titolo, ma c'è una scena, che conclude il tutto, in cui Jane e Stephen guardano i loro tre figli giocare a palazzo reale e lui le dice "Guarda che cosa abbiamo fatto".
Jane alla fine riuscirà a finisce la tesi e ottenere il dottorando. Quando guardate il film, riconoscete due attori: David Thewlis e Harry Lloyd che danno quel tocco british in più. Adoro.



mercoledì 28 gennaio 2015

American Sniper | Recensione

Forse è la prima volta, da quando ho questo blog (6 mesi appena compiuti) che parlo di un film che non mi è piaciuto. Benché non non sia per niente in linea con i miei gusti ho deciso di guardare questo film perché tutti ne parlavano incredibilmente bene e mio fratello mi aveva già più volte chiesto di andare a vederlo. Non è stata l'eccezione che conferma la regola: American Sniper è la solita americanata, 134 minuti che si sentono tutti di puro patriottismo americano. Per gli amanti del genere sarà sicuramente piacevole, per me è stato noioso ed infinitamente lungo.

American Sniper (2014, USA, diretto da Clint Eastwood) è la storia di Chris Kyle, conosciuto per essere il più grande cecchino americano. Ha ucciso, durante le sue missioni, 160 persone confermate dal Pentagono. Penso che questa sarà la recensione più corta che farò perché, che ci crediate o no, la maggior parte del film è fatta di sparatorie, sangue e affini. Forse l'unico aspetto interessante del film è il parallelo fra Kyle e la sua nemesi, un terrorista iracheno. Kyle è un tipico trentenne americano (profondamente credente in Dio e nel suo Paese, amante della caccia e della famiglia) del Texas, che ad un certo punto della sua vita decide di mollare le gare del rodeo e dare un senso alla sua vita arruolandosi nel corpo dei Navy SEAL.

Durante l'addestramento Kyle conosce Tyla, una ragazza che si presenta a lui dicendole che non si sarebbe mai sposata con un marine per via dei rischi del loro mestiere; inoltre, mentre i due si frequentano, Kyle dimostra di avere grandi doti come cecchino. Avviene l'11 Settembre e il giorno del suo matrimonio, Chris viene chiamato in missione in Iraq. Kyle parte e la sua prima vittima è un bambino, la seconda è la sua giovane madre. Mentre Tyla lo aspetta incinta in America, lui si guadagna il sopranome di "Leggenda" per la precisione e il numero di vittime che miete durante il servizio. Torna a casa la prima volta in tempo per la nascita del suo primo figlio (il fatto che questo sia palesemente un bambolotto ha fatto infuriare diverse persone), ma si vede che in lui c'è qualcosa che non va: guarda continuamente tg che si occupano della missione irachena e per ogni minimo rumore si mette in allerta. La moglie lo rimprovera, per la prima volta, di essere presente con la famiglia solo fisicamente, non con la testa né con il cuore. Kyle ha infatti sviluppato una sorta di ossessione per due personaggi in particolare: un ex tiratore olimpico convertito al terrorismo e il braccio destro del numero uno di Al-Queda.

Nonostante le preghiere della moglie, che alla sua partenza è nuovamente incinta, Chris parte una seconda volta. Stesso nel quadretto: tante morti, fra cui quella del famoso "braccio destro" il cui ultimo gesto è conficcare un trapano prima nella gamba, poi nel cranio di un povero bambino (si vede abbastanza bene, quindi se siete sensibili come me, girate lo sguardo) e uccidere suo padre. Chris incontra in Iraq anche suo fratello, che ha un aspetto così traumatizzato che non si avvicina nemmeno a quello di una Leggenda. Per la prima volta Chris fa questa bella cosa di chiamare sua moglie nel bel mezzo di uno scontro a fuoco e lascia questa poverina con una pancia enorme in lacrime e disperata in mezzo alla strada. Comunque Chris torna a casa una seconda volta e la situazione peggiora rispetto alla prima: è assente, arriva addirittura a cercare di uccidere un cane che stava giocando con figlio e la moglie stavolta lo minaccia che se parte per la terza volta al ritorno non ci sarà più.. Lui però in Iraq non ha ancora finito, l'ex tiratore olimpico è ancora vivo.

Dalla terza partenza, parte una sorta di parallelo: su Kyle viene messa una taglia che l'ex tiratore vuole e Kyle, per contro, vuole il tiratore morto. Con un colpo impossibile, la Leggenda riesce ad averla vinta, scatenando un casino senza paragoni (durante il quale lui chiama di nuovo la povera moglie con un romantico sottofondo di proiettili) che finisce con l'unica scena "interessante" del film, ovvero una tempesta di sabbia nella quale si sentono solo urla e colpi d'arma da fuoco e si vedono solo ombre. Soddisfatto, Kyle torna a casa per sempre e sembra finalmente tornato alla normalità. Diventa persino un ottimo marito e un ottimo padre, due cose che prima aveva egoisticamente trascurato. È un fiero SEAL in congedo che si dedica ai reduci di guerra, finché uno di essi con sindrome da stress post-traumatico, lo uccide sparandolo. Aveva 38 anni.

Ora, premesso che io a questa storia della "missione di pace" non potrei crederci meno di così, che se secondo me è troppo facile andare a fare gli eroi e soprattutto i padroni in casa d'altri tanto se ci scappa la morte di un innocente "non si poteva fare altrimenti" e che a me il patriottismo americano mi manda in bestia: per quanto possa dispiacermi per un ragazzo morto giovane che lascia una famiglia che ben poco s'è goduto, questo è uno dei quattro film biografici candidati come miglior film agli Oscar. È l'unico che parla di un individuo che, se proprio vogliamo dire che ha dato qualcosa, l'ha data solo al suo paese, sacrificando per esso persino i suoi affetti. L'unico spunto di riflessione che mi ha lasciato è la conferma che la guerra fa schifo su tutti i punti, visto che il disturbo post-traumatico lo hanno anche coloro che decidono di servire il proprio paese. Però dubito fortemente che Eastwood volesse lanciare questo messaggio; è piuttosto l'elogio ad una Leggenda che porta tale nome perché ha ucciso delle persone ed io penso che non possa reggere il confronto con l'importanza che hanno ad oggi nel panorama mondiale Stephen Hawking (la teoria del tutto), Alan Turing (The imitation game), i partecipanti alla marcia di Selma (Selma). Detto questo, ribadisco che se vi piacciono i film che somigliano a delle partite di COD, questo è il film che fa per voi. Unico punto a favore, Bradley Cooper che è bellissimo.

lunedì 19 gennaio 2015

Big Eyes | Recesione

Ciao a tutti! Sono contentissima di fare questa recensione. Come forse ho già detto, Tim Burton è il mio regista preferito e non vedevo l'ora di vedere questo film. Purtroppo a causa del "problemino" di cui ho parlato nel post precedente non sono riuscita a vederlo al cinema come ho sempre fatto per i suoi film e mi sono dovuta accontentare dello streaming che per fortuna era perfetto.
Giorni prima di vedere questo film, ho avuto una discussione su facebook con una ragazza che, a suo dire, non capiva come mai una persona col suo stile faceva film del genere. Siccome non lo avevo visto, mi sono limitata a dire che un artista di qualunque campo deve sentirsi libero di sperimentare quando ne sente il bisogno. Quando altri utenti le hanno fatto presente che questo film era l'essenza di Burton, la signorina ha allora parlato di "base di costruzione" (stile e base di costruzione sono due cose completamente diverse) e quando le hanno fatto presente che anche quella era burtoniana al 100%, ha cancellato il suo post. Quindi io il film l'ho guardato con questo pensiero fisso: questo film è Burton? La risposta è che sì, lo è assolutamente almeno per me. Dico "almeno per me" perché tutto dipenda da cosa ci viene in mente appena pensiamo ai suoi lavori: questo non è un film in stop-motion, non è nemmeno nel suo tipico stile gotico/creepy burtoniano, quindi se per voi il suo lavoro è questo è altamente probabile che rimarrete delusi. Ma se per voi Tim Burton è in quei primi piani tipici dei suoi film, nelle musiche di Danny Elfman (qui presenti), nel suo uso non convenzionale dei colori allora state certi che questo film si prenderà un posticino nel vostro cuore.

Big Eyes (2014, USA, directed by Tim Burton) racconta la straordinaria storia di Margaret Keane, pittrice degli anni '60 interpretata da Amy Adams che grazie a questo ruolo ha vinto un Golden Globe. Il film inizia con una voce narrante che ci dice che Margaret lascia il suo primo marito in un periodo in cui le donne separate venivano viste di buon grado e scappa con la figlia. Si trasferisce a San Francisco dove incontriamo per la prima volta DeeAnn (Krysten Ritten) e già qui possiamo notare un meraviglioso parallelismo tra il candore della nostra protagonista e la nerezza della sua amica, sia negli abiti che nei capelli.
DeeAnn è infatti l'opposto di Margaret: la prima è una donna forte e sicura di sé mentre la seconda è così fragile e insicura da sembrare di porcellana. Nonostante la sua bravura, era molto difficile per una donna lavorare, tanto che ad un colloquio le viene chiesto se suo marito è d'accordo che lavori ed è anche anche peggio la donna è divorziata. Quindi Margaret vive (s)vendendo i suoi lavori e facendo caricature per strada a poco prezzo. È proprio qui che incontra Walter Keane, un artista come lei che di che, tuttavia pare avere la personalità adatta per vendere, grazie al fatto che il suo vero lavoro è quello di agente immobiliare. Probabilmente affascinata da quest'uomo esageratamente sicuro di sé, i due cominciano a conoscersi e Margaret arriva a spiegargli che gli occhi nei suoi disegni sono così grandi e sproporzionati perché rappresentano per lei la parte più caratterizzante di un essere umano.
Ma è quando a Margaret arriva una lettera del suo ex marito nella quale lui pretende l'affidamento della figlia. La pittrice è consapevole che la sua situazione non è delle migliori e che il marito potrebbe seriamente avere l'affidamento, Margaret accetta la tempestiva proposta di matrimonio di Walter. Al ritorno dal loro matrimonio alle Hawaii, Walter tenta invano di far esporre nelle galleria d'arte  non solo i suoi disegni, raffiguranti strade di Parigi nella quale lui afferma di aver trascorso una settimana, ma anche quelli di Margaret che vengono tuttavia bocciati perché quello era il periodo dell'arte astratta. Riesce tuttavia ad affittare i muri del corridoio del bagno del locale di Banducci. Qui riesce a vendere un primo dipinto di Margaret spacciandolo come suo ma con passare del tempo, irritato dalla posizione poco decorosa che gli era stata concessa, ha una lite con il proprietario del locale durante la quale Walter spacca in testa a Banducci un quadro con gli occhioni.
L'avvenimento suscita un tale scalpore che tutti si recano nel locale per ammirare i quadri di Margaret e ne parla persino il giornalista Dick Nolan e Kean, approfittando del cognome "Keane" continua a far passare i dipinti per suoi, nonostante l'ammonimento di Margaret che lui convince a restare a casa con la figlia per dipingere. Un giorno Margaret si reca al locale con un nuovo dipinto e qui scopre che Walter ha continuato a far spacciare per suoi i dipinti. Dopo un'accesa discussione a casa, Margaret si fa convincere che entrambi sono i "Keane" e che la loro strategia è quella di unire il talento artistico di lei alla frizzante personalità di lui.
Continua così per un bel po' di tempo, finché il signor Olivetti (notate qui il modo in cui cambia l'accento per sottolineare l'italianità del personaggio) non compra un suo quadro per cinque mila dollari. Keane diventano una vera e propria moda e Walter, genio del marketing, la cavalca mettendo aprendo una galleria personale e in vendita qualsiasi cosa rappresentante i lavori della moglie, dai poster alle cartoline. Mentre lui si gode la vita da personaggio di spicco, Margaret rimane nell'ombra divorata da quei rimorsi che le fanno vedere i suoi occhioni su di tutti, persino sé stessa. Arriva addirittura a inventarsi uno stile completamente nuovo, mentre suo marito le commissiona dei disegni fatti ad hoc per personaggi famosi che lui stessi andrà a consegnare... in pubblico, naturalmente.
Il personaggio di Margaret è sempre più pallido e quello di Walter sta arrivando alla pazzia, tanto è ossessionato dai soldi e dalla fama. Si sta sgretolando sia il loro rapporto, che quello di Margaret e sua figlia. Il terribile epilogo non tarda ad arrivare: Margaret scopre che i dipinti parigini del marito non sono in realtà i suoi e che ha una figlia, per contro Walter decide che i Keane rappresenteranno l'unicef alla mostra di NY con un disegno enorme, che causerà non poco fastidio alla nostra pittrice per la grande mole di lavoro di cui necessita. Inoltre, una volta finito ed esposto, verrà criticato da un famoso critico d'arte scatenando l'ira di un Walter ormai completamente fuori di testa e il disegno verrà ritirato. E qui c'è il momento clou del film: tornati a casa, Walter è furioso. Gioca nervosamente con dei fiammiferi dicendo che farà causa a tutti; non contento, addossa tutte le colpe su di Margaret arrivando a lanciare i fiammiferi a lei e sua figlia. Terrorizzate, le due fuggono nello studio della pittrice e qui Walter inizia a chiamarle spiando dal buco della serratura. Vi ricorda qualcosa? Esatto, Shining!
Le due riescono a fuggire dal retro e scappano alle Hawaii, dove Margaret trova la pace interiore con l'aiuto di due testimoni di Geova e Walter inizia a perseguitarla finché non si decide di passare per via legali. Vi prometto che la scena di Walter, per la prima volta impacciato, vale da sola tutto il film! Il verdetto finale vede Margaret vincitrice, non essendo stato Walter in grado di disegnare nemmeno un puntino sulla tela.
Il finale, che stavolta ho deciso di raccontarvi perché è un film biografico quindi vi basterà cercare notizie su internet per spoilerarvi da soli come va a finire, ci dà anche qualche informazione su come se la son passata dopo gli sventurati: Walter non ha mai ammesso che quelli non erano i suoi lavori e non ha mai più disegnato, Margaret ha invece continuato a disegnare e si è risposata.

Questa vicenda fece a suo tempo parecchio scalpore e Margaret fu una figura importante nello scenario femminista del tempo: all'inizio del film, fateci caso, Margaret dice qualcosa che suona molto come "senza un uomo non può stare" ed alla fine del film, dopo anni di assoggettamento e lavaggi del cervello arriva a far causa a suo marito. Si riprende in mano la sua vita e tutto quello che gli era stato rubato. Gran bel lavoro per entrambi gli attori e mi è piaciuto un sacco il modo in cui si evolve la follia di Walter. Ho sempre trovato che questo scavo nella psicologia del personaggio sia forse l'aspetto più interessante di Burton e qui è fatto davvero bene. Per il mio personalissimo gusto, questo è appena diventato il mio film preferito del mio regista preferito.

lunedì 12 gennaio 2015

Big Hero 6 | Recensione

Ciao e, prima di tutto scusate l'assenza. È imperdonabile, considerando il fatto che mi ero riproposta di essere il più costante possibile MA ho una più che valida giustificazione: come già scritto, ho avuto a Ottobre un meraviglioso virus influenzale. Diciamo che sono guarita nel giro di tre giorni e tutto è tornato alla normalità; ho ripreso ad andare in facoltà, a guardare film, a scrivere, leggere, studiare, giocare ai videogame, frequentare il corso di regia e sceneggiatura. Questo per due settimane circa, perché poi a Novembre inoltrato è iniziato l'inferno con una tosse, che mi ha tenuto a casa altro tempo ed in pratica ogni volta che osavo mettere il muso fuori di casa perché mi sembrava che la situazione fosse migliorata, il sintomo ritornava e per di più peggiorava. Quindi sono andata dal medico, che mi ha dato delle medicine e, finita la terapia, dopo due giorni è successo il misfatto: due giorni con fiato corto, con il petto di marmo, con la notte che sembravo preda di una delle peggiori possessioni demoniache che avrebbero fatto accapponare la pelle anche al caro Friedkin. Risultato: Domenica (perché queste cose accadono sembra nei giorni non feriali) non riuscivo nemmeno a mettermi una giacca quindi i miei mi hanno portato dalla guardia medica, dove ho scoperto che avevo in circolo da due giorni circa, una crisi asmatica. Puntura e puff, portata per sicurezza al pronto soccorso. Buttata lì fino alle 7 di sera circa, dopo una radiografia e senza dirmi niente mi fanno sedere in un lettino mi mettono il saturimetro. Quindi, con tanto di faccia allarmata e ancora senza dirmi niente, decidono di chiudere la tendina e iniziano a farmi diverse analisi. Ora: io dell'asma ne sapevo poco e niente, più o meno quanto ne ho visto nei film e soprattutto ho il terrore degli aghi. Speravo di cavarmela con un «tieni, comprati un inalatore e quando stai male usalo» invece mi sono trovata con un'infermiera che mi bucava ripetutamente il braccio nel disperato tentativo di farmi un emogas (che fino ad allora non avevo la più pallida idea di cosa fosse e sinceramente avrei preferito non saperlo) e un'altra nell'altro braccio che cercava disperatamente le mie vene per farmi un prelievo, il tutto condito che domande del cazzo del tipo «ma si può sapere dove hai le vene?» alla sottoscritta in lacrime perché, dulcis in fundo, mi avevano appena detto che avrei passato la notte in osservazione.
Sorvoliamo pure sulla notte in ospedale, perché davvero, farebbe deprimere anche voi. Vi dico solo che da quel che ho capito ho una bronchite (che mi aveva già mandato in ospedale quando avevo otto anni) non curata, che ha portato ad un'infiammazione che bronchi, che ha scatenato una crisi asmatica di natura allergica. Allergia/e che non so assolutamente di che natura è/sono.
Quindi al momento la mia situazione è questa: posso uscire di casa solo in casi di estrema necessità perché l'allergia potrebbe essere causata da qualche polline e non so se la bronchite, nonostante una divertentissima e lunghissima cura con l'aerosol, è passata del tutto ed inoltre mi sono ritrovata a dover recuperare in poco tempo tutto il materiale che avrei dovuto studiare a lezione e nei giorni in cui sono stata male. E, in tutto questo, ho potuto guardare solo Big Hero 6 in streaming e non posso andare al cinema né a vedere Paddington né a vedere Big Eyes perché devo evitare il più possibile i luoghi affollati.
Ah, e ho pure dovuto togliere i miei peluche/gadget/qualsiasi cosa dalla camera e vi posso assicurare che per me è stata una tragedia così come è una tragedia convincere me stessa a non acquistare altre di queste cose, almeno finché non sono sicura che il problema non è la polvere.


Ma, dopo questa mica-tanto-breve parentesi del cui contenuto non fregava un ceppo a nessuno, passiamo al sodo: Big Hero 6 (2014, animazione, D. Hall e C. Williams) è probabilmente uno dei più bei capolavori dell'animazione Disney degli ultimi tempi, di quelli che ti lasciano dell'amaro in bocca più di una volta e che quando finisci di vederli ti asciughi una lacrima superstite e dici solo WOW.
È basato sull'omonimo fumetto della Marvel, la cui acquisizione da parte della Disney è avvenuta nel 2009. Purtroppo non ho letto il fumetto, quindi non posso dirvi le differenze che possono esserci, però posso assicurarvi che Baymax ha totalmente e incondizionatamente rubato il mio cuore.


È ambientata a San Fransokyo e quasi tutti i personaggi principali hanno nomi che ricordano molto il Giappone: Hiro, il protagonista, è un giovane talento. Ha appena 14 anni ed è già diplomato e siccome si ritrova un sacco di tempo libero, progetta piccoli e temibili robot da portare ai bot duelli. In quell'ambiente non ha sicuramente una buona fama, anche perché, diciamocelo, ha un atteggiamento un po' da sbruffone. A salvarlo ogni volta c'è il suo amato fratello Tadashi, che ogni volta finisce nei guai insieme a lui e tocca a loro zia Cass riportare definitivamente l'ordine. Perché vivono con la zia? Hiro e Tadashi sono orfani. Questo è probabilmente il motivo per cui Tadashi desidera che il fratello entri all'Istitute of Technology, dove lo porta e gli presenta i suoi colleghi: Gogo Tamago, Wasabi, Honey Lemon e la mascotte Fred. Hiro conoscerà inoltre il direttore Robert Callaghan, che esprimerà il suo desiderio di averlo in istituto e quindi la sua partecipazione al "test d'ingresso" e soprattutto incontra Baymax, un morbidissimo robot da primo soccorso che è il progetto cui il fratello lavora da tempo.



Hiro quindi userà tutta la sua conoscenza e si presenterà al test con i microbot, ovvero dei robot minuscoli che funzionano con controllo mentale e che rappresentano una grandissima innovazione. Questi microbot faranno gola a Alistair Krei, un industriale che cercherà di comprarli. Hiro rifiuta e la rabbia nel viso di Krei non fa pensare a nulla di buono.
Viene naturale quindi, pensare a lui per quello che succederà dopo: un incendio scoppia all'istituto e Tadashi non esista a buttarsi tra le fiamme per salvare Callaghan. Tadashi muore, Hiro si ritrova solo di nuovo. Cade in una profonda tristezza che nemmeno Baymax, che Tadashi aveva portato a casa sua non si sa bene quando, riesce ad alleggerire. Durante un'esilarante conversazione con candido Baymax, Hiro scopre che l'unico microbot superstite dall'incendio cerca di liberarsi dall'involucro che lo contiene per muoversi in una direzione ben precisa: il microbot cerca di raggiungere altri suoi simili. I due si trovano quindi a seguire, come se fosse una bussola, la direzione segnata dal microbot, fino a giungere ad una vecchia industria all'interno della quale qualcuno sta producendo i microbot in serie massicce. E quel qualcuno appare come Yokai, un misterioso individuo con maschera Kabuki che tenta per la prima volta di uccidere i due sventurati compagni.
Riusciti a salvarsi, i due tornano a casa e Hiro capisce da subito che la morte del fratello non è stata un caso. Decide quindi di scoprire chi si nasconde dietro la maschera e per farlo costruisce una possente armatura a Baymax, scatenando in lui crisi esistenziali e inserisce, accanto al chip medico del fratello, un secondo dove lui ha inserito delle mosse di arti marziali che Baymax potrà apprendere all'istante. Nella notte decidono di seguire nuovamente il microbot, ma Yokai ne ha costruito tanti che le nuove abilità di Baymax non sono abbastanza. I due sembrano spacciati, di nuovo. MA in soccorso arriva Wasabi e tutto il resto delle squadra (precedentemente contattati da Baymax nel tentativo di migliorare l'umore del suo piccolo amico), che grazie alla macchina riescono a fuggire dal pericoloso criminale anche se con non poche difficoltà.

Vanno quindi a casa di Fred scoprendo che è ricchissimo dove, una volta sistemati, si decide sul da farsi: tutti sono convinti che l'incendio sia stato programmato, che l'attentatore sia il ricco Krei e che bisogna fermarlo. Usando le straordinarie conoscenze di tutti, vengono creati dei piccoli attrezzi che trasformeranno tutti loro in piccoli eroi e anche le abilità di Baymax saranno migliorate. È proprio grazie ad una di queste che riescono a localizzare Yokai, che si trova in una piccola isola, all'interno della quale è presente quella che sembra essere un'altra fabbrica dismessa. Lì ci sono dei vecchi filmati che mostrano Krei e una piccola equipe presentare a degli investitori quello che sembra essere un teletrasportatore. Ma qualcosa va storto, il portale si rompe e Abigal, la "cavia", rimane bloccata chissà dove.
Yokai attacca i ragazzi e dopo un faticosissimo scontro i ragazzi riescono a togliergli la maschera che controlla i microbot. Yokai non è Krei, è il professor Gallaghan. Hiro accecato dal doloroso pensiero che la morte di suo fratello sia stata causata dall'uomo per cui lui si è sacrificato, toglie il chip medico a Baymax trasformandolo in una macchina di distruzione e scagliandolo contro il professore, al momento indifeso. Honey Moon riesce a salvarlo ed Hiro e Baymax tornano a casa. Hiro cerca di togliere di nuovo il chip medico al robot, che accortosi della sua rabbia, decide di mostrargli i video che Tadashi si faceva durante la sua creazione.

Hiro ha quindi capito che il fratello non avrebbe voluto né che Baymax cambiasse, né la vendetta. Torna dai suoi amici che nel frattempo hanno fatto l'agghiacciante scoperta: Abigail era la figlia di Gallaghan, quindi lui vuole vendicarsi di Krei.
Gallaghan ha infatti aperto un altro portale con l'intento di far sparire prima le sue industrie, poi Krei, ma l'intervento della squadra rovinerà i suoi piani: staccando i microbot l'uno dall'altro, questi vengono assorbiti dal portale e quindi una volta esauriti il professore avrà perso la sua unica arma. Ma mentre i poliziotti arrestano Gallaghan, Baymax sente la presenza di vita umana all'interno del portale: volati dentro, Hiro e il robot scoprono che Abigail ha dormito in un sonno perpetuo tutto questo tempo. L'uscita però, si rivela letale per Baymax, perché il portale si sta spegnendo e il pugno razzo è l'unica speranza di salvezza per Hiro e la ragazza. Baymax quindi si sacrifica per tutti...

MA COLPO DI SCENA! L'animazione che ci piaccia o no è pur sempre destinata ai bimbi, quindi non finisce così, tranquilli! Il finale ha portato me e i ragazzi con cui ho fatto il Capodanno ad una lunghissima conversazione notturna sul se noi siamo il nostro corpo o la nostra mente e soprattutto se queste due cose sono scindibili. Inutile dire che a me è piaciuto un sacco, considero Baymax tenero quando Sdentato, è davvero ma davvero qualcosa di inimitabile! Quindi nulla, io ve lo consiglio perché come al solito i cartoni hano da insegnare più agli adulti che ai bambini!