domenica 21 settembre 2014

Si alza il vento (...il faut tenter de vivre!) | Recensione

Giovedì io, mia cognata e mio fratello ci siamo seduti nel mi divano-letto e, ammorbidito lo schienale con i cuscini, ci siamo regalati la visione di Si alza il vento. Diciamo che a questo preferisco altri capolavori del Maestro, ma sinceramente ho dovuto guardarlo abbracciando Mokona da quanto è commovente, soprattutto se poi lo si guarda come ho fatto io pensando che questo è almeno per il momento il suo ultimo lavoro. Disegni meravigliosi come sempre, una colonna sonora impeccabile; l'unico punto a sfavore direi che è la presenza di alcune scene esageratamente lunghe, che comunque non cambiano il fatto che siano 126 minuti appassionanti e meritevoli.




Si alza il vento (2013, Giappone, Hayao Miyazaki) è liberamente ispirato all'omonimo manga dello stesso Miyazaki, che si ispirò al sempre omonimo romanzo di Tatsuo Hori. Si racconta la vita romanzata di Jiro Horikoshi,il famoso ingegnere aeronautico della seconda guerra mondiale vissuto fra il 1903 e il 1982.
La storia inizia con il nostro protagonista ancora piccolo, quando la dimensione del sogno di quest'ultimo incontra quella del signor Caproni. Dopo un breve dialogo tra i due, Jiro decide che sarebbe diventato un progettista d'aeri, visto che a causa dei suoi problemi alla vista non potrà mai pilotarli.

Facciamo un poderoso passo avanti alla mattina del 1 Settembre del 1923, quando il nostro Jiro ha circa 20 anni e si trova su un treno diretto a Tokyo, dove inizierà gli studi di ingegneria, a bordo del quale avviene il primo incontro con la bella Nahoko. L'atmosfera timida e romantica è destinata a durare ben poco, perché quel giorno in Giappone avvenne il Grande terremoto del Kanto. Nel clima di paura la domestica della ragazza si spezza una caviglia e Jiro, da grande gentiluomo, aiuta le due donzelle a raggiungere la loro casa. I due si separano senza sapere i rispettivi nomi.

Terminati gli studi Jiro inizia a lavorare per la Mitsubishi e viene mandato in Germania insieme ad un suo caro amico per ottenere la licenza di produzione di uno Junkers. Tornato in patria, tutti i suoi progetti si rivelano dei fallimenti, nonostante tutti continuino a lodare le sue idee assolutamente innovative e la sua straordinaria intelligenza. Oppresso e deluso dal lavoro, si concede una breve vacanza in un hotel dove incontra di nuovo Nahoko, che nel frattempo è diventata un'appassionata pittrice. Jiro finisce per "salvarla" altre due volte: la prima recuperandole un ombrello e la seconda aiutandola a tornare a casa durante un acquazzone dopo il loro incontro. I due si innamorano, ma capiamo subito che c'è qualcosa che non va: Nahoko si ammala e i due si innamorano in stile Romeo e Giulietta. A osservare il tutto c'è il turista tedesco Hans, che annuncia all'ingegnere la volontà tedesca di riaprire il conflitto prevedendo anche la partecipazione giapponese, che allargherà la guerra a livello mondiale.
Quest'ultimo fuggirà poco dopo che Jiro chiederà a Nahoko di sposarlo e lei accetterà, dicendogli che le nozze si sarebbero svolte solo dopo la sua guarigione dalla tubercolosi.

La malattia di Nahoko peggiora e viene ricoverata in ospedale, mentre Jiro è braccato dalla polizia segreta che lo cerca per via di Hans. Quando le condizioni di Nahoko non lasciano alcuna speranza i sue decidono di sposarsi e vivere assieme. Jiro continua a lavorare instancabile per costruire l'aereo dei suoi sogni, quello stesso aereo fatto di carta che fece innamorare i neo sposi l'uno dell'altra. Vivono davvero dei bellissimi momenti insieme, forse questa è la parte più bella del film. Ma (perché sempre un ma) non passa molto tempo il nostro gentleman si vedrà costretto a partire per pochi giorni per lavorare ad un importante progetto per la Mitsubishi.

BENE! Il racconto finisce qua, il finale non lo rivelo, anche se è facilmente recuperabile su Wikipedia non voglio macchiarmi di questo crimine. Non anticipatevi niente, vale la pena vederlo. Un'altra piccolissima critica molto personale alla luce di tutto questo devo farla: il fumo assiduamente presente nel cartone. Ho letto su internet che questo è costato in alcuni paesi anche divieti a certe fasce d'età. Tuttavia comprendo che a quell'epoca la sigaretta era irrinunciabile e apprezzo la ricostruzione storica che nello studio Ghibli è sempre perfetta.
Comunque, consigliatissimo!

mercoledì 17 settembre 2014

Penelope | Recensione

Sono reduce da un esame di spagnolo, ho passato gli ultimi giorni in una specie di stato psichedelico dove ripetevo le declinazioni dei verbi come mantra. Per cui, ecco un post leggero, leggero, leggero. Ovvero il mio film preferito: Penelope (2006, USA, diretto da Mark Palansky), visto per puro caso in tv. Non amo molto la televisione, tanto che non ce l'ho neppure in camera e in quell'occasione ho costretto mio fratello ad ospitarmi nella sua camera, perché il trailer nella pubblicità mi aveva completamente stregato e non potevo assolutamente perdermelo.

Passiamo alla trama, il film è niente più niente meno che una fiaba "moderna", una specie di "La bella e la bestia" al contrario: Penelope è una ragazza figlia di artistocratici. Parecchie generazioni addietro qualcuno scagliò una maledizione sulla famiglia: la prima femminuccia nata, avrebbe avuto il naso e le orecchie da maiale. Caso volle che per anni vennero al mondo solo maschi. Fino a Penelope che, poveraccia, si trovò addosso la maledizione indirizzata al suo bis-bis-bis nonno. Per le orecchie nessun problema, la bella chioma fluente di Christina Ricci copre perfettamente il danno, ma per il naso la cosa si fa più difficile. La mamma di Penelope riesce a farsi una ragione del fatto ed in tutti i modi cerca di risolvere l'enigma che dovrebbe sciogliere la maledizione: solo quando qualcuno dello stesso genere della ragazza riuscirà a guardare oltre il suo naso, amandola e accettandola così com'è, la sfortunata potrà avere finalmente un aspetto umano. Interpretando il passo "qualcuno dello stesso genere della ragazza" come "un aristocratico" la donna organizza per la figlia degli incontri con dei nobili rampolli che puntualmente fuggono quando vedono il naso da maialino, lasciando la ragazza sempre più sfinita e demoralizzata.

Edward è un giovane ragazzo che partecipa ad uno di questi incontri e alla vista di Penelope fugge tanto veloce da non lasciare ai genitori il tempo di firmare il patto di segretezza, obbligatorio per tutti i pretendenti. Va in commissariato per denunciare il fatto, cui nessuno crede tranne Lemon (l'intramontabile Peter Dinklage) che vide Penelope alla nascita. I due decidono di fare coppia per dimostrare l'esistenza della ragazza-maiale e per far ciò assumono lo squattrinato col vizio del gioco d'azzardo Johnny (James McAvoy, aw lo adoro) che, sotto lo pseudonimo di Max, deve semplicemente far innamorare di sé la ragazza e convincerla a mostrarsi. Iniziano quindi una serie di tenerissimi incontri, i due si innamorano e quando lei decide di mostrarsi, lui si rende conto che non essendo nobile non può spezzare la maledizione e decide di lasciarla.

Penelope, col cuore spezzato e con una madre ansiosa (e un po' egoista) fugge di casa. Fa amicizia con alcune persone che non sanno della sua identità, perché nasconde il naso con una sciarpa. Per avere dei soldi invia le sue foto a Lemon, che a quel punto capisce che Penelope è solo molto sfortunata e decide di lasciarla in pace. Un giorno la ragazza ha un malore ed il mondo viene a scoprire il suo segreto: Penelope diventa semplicemente una star. Edward allora, per salvarsi la faccia, le chiede di sposarlo ma lei non amandolo veramente lo lascia all'altare. Torna a casa sua, in abito da sposa e la mamma estremamente delusa (perché pensava di aver finalmente risolto l'increscioso problema) le chiede il perché di quell'atteggiamento e... magia! Quando Penelope risponde «Perché mi piaccio così», la maledizione si spezza. La spiegazione è molto semplice: essendo unica nel suo genere, era lei stessa a doversi amare ed accettare!


...No, non preoccupatevi, non finisce qui! Perché il film fa un potente passo avanti: Penelope diventa una maestra ed un giorno, a Carnevale, si reca in un condominio, dove tutti sono mascherati dalla vecchia lei. Qui incontra Johnny (ebbene sì!), iniziano a ballare, lui la riconosce e si rimettono assieme, finalmente liberi. Il film termina con Penelope su un'altalena, molto simile a quella che aveva in camera sua, sulla quale si dondolava malinconicamente con suo muso da maiale... ma questa volta non è sola, a spingerla c'è il suo "principe azzurro"... E VISSERO PER SEMPRE FELICI E CONTENTI.
p.s. So che questo film è di una banalità incredibile, chiedo umilmente venia, mi piace troppo.

giovedì 11 settembre 2014

Hullabaloo steampunk animation: salviamo il 2D!

Duuuuunque sono stata parecchio impegnata questo periodo. Impegnata in senso negativo, purtroppo per me. Mai in vita mia mi era capitato di desiderare così ardentemente che l'estate finisse. Come dico sempre (è praticamente diventato il mio motto): l'unica cosa bella di una giornata di merda è la certezza che a mezzanotte finisce. Per me non è stata solo una giornata di merda, ma una stagione intera di merda. Ho praticamente passato Maggio, Giugno e Luglio e dare esami e poi ho dovuto affrontare la malattia fulminante di un parente. Avevo pure iniziato a scrivere per un giornale, che meraviglia, peccato che dopo un mese appena sia fallito. Capirete bene che per me, che sono il tipico sardo che passa tutti i fine settimana al mare in panciolle, questo è stato l'inferno. Triste, terribilmente caldo, sudato, disoccupato. Tutto quello che mi è successo mi ha portato a trascurare moltissimo il blog, che era partito come un progetto meraviglioso ed invece mi sembra quasi si vederci la polvere sopra. L'unica nota meravigliosa di quest'estate è stato un concerto dell'artista che più stimo e che non vedevo da due anni: Caparezza. Sto dedicando un post alla canzone Kevin Spacey, ma è più lungo di quanto mi aspettassi e purtroppo, con la sessione di Settembre e un esame di spagnolo (sigh) alle porte, non posso dedicargli il tempo che meriterebbe.
Quindi faccio una capatina giusto per copiaincollare un articolo che ho scritto per lavanderiayoung.com, con la quale collaboro da un mesetto circa.
L'articolo parla di Hullabaloo:


Per gli appassionati del 2D e dello steampunk “Hullabaloo” rappresenta un progetto nuovo e assolutamente imperdibile. Per chi non lo sapesse, lo steampunk è una corrente della narrativa (letteraria, cinematografica, illustrativa…) che introduce la tecnologia anacronistica basata interamente sul vapore (sono rappresentativi gli ingranaggi) in un’ambientazione storica che solitamente si riconosce nell’800. Per intenderci, i film di Miyazaki si basano sullo steampunk, così anche Hugo Cabret di Marin Scorsese.

Ma che cos’è, nello specifico, hullabaloo? Bene: Hullabaloo è un film composto da veterani Disney e dell’animazione in generale che semplicemente, vogliono salvare il 2D (come da sempre si propone lo studio Ghibli) che è ormai stato sostituito dal 3D. Insomma, si vuole salvare l’animazione tradizionale, quella fatta di contorni neri con cui noi tutti siamo cresciuti. E lo staff del progetto è sensazionale: il creatore è James Smith, ovvero il “papà” de Il re Leone, Pocahontas e del corto da Oscar Paperman; tra gli animatori troviamo, invece: Bruce Smith (Roger Rabbit, Tarzan), Rick Familoe (La Sirenetta, La bella e la bestia, Aladdin), Mikyou Lee (La prinicipessa e il ranocchio, Frozen), Sandro Cluezo (Come d’incanto, Le follie dell’imperatore, Kung fu Panda), Sarah Airries (Ralph Spaccatutto); per la final line c’è Aleza Summerfield che ci ha regalato capolavori Dreamworks come Il principe d’Egitto, Spirit e Sinbad;il CG Modeler è Joffery Black (Gli incredibili, Ratatouille, Spongebob) e Leo Oliveto; alle musiche c’è il pluripremiato Manel Gil-Inglada; al doppiaggio facciamo faville: Yuri Lowenthal (il Sasuke di Naruto), Mary Robinette Kowal e un nome che agli appassionati di steampunk sarà ben noto, G. D. Falsaken. Alla produzione c’è Evely Kriete e alla composizione Jane Akuna (Jobs).
Insomma con film del genere la cosa promette davvero bene, visto che gli animatori hanno avuto tutti a che fare in qualche modo con capolavori dell’animazione che ci rendono nostalgici solo a pensarci. Il film va avanti con le donazioni su indiegogo (indiegogo.com/projects/hullabaloo-steampunk-animated-film). La campagna partita il 27 Agosto… e ad oggi è arrivata al 335%! Giusto per intenderci, l’obbiettivo era di 80,000 USD, ne ha raggiunti 267,611 e, visto che la campagna finisce il 1 Ottobre, probabilmente le donazioni arriveranno ancora.
Forse è merito dello steampunk, forse del fatto che in fin dei conti l’animazione classica piace ancora tanto a tutti ma Hullabaloo è un successo già prima di uscire.


Non so voi ma io avevo la lacrime agli occhi appena ho visto i disegni e i nomi degli animatori. Sto seriamente sperando con tutto il mio cuore che assieme al film escano una serie di gaget a tema steampunk che per chi come me non "gli piace" ma "l'ossessiona" (in inglese suona meglio: I don't like, I obsess) è il paradiso. Aspetto con ansia nuovi sviluppi ed inizio a conservare i soldi per cinema (di nuovo sigh, mi tocca conservare soldi per tutto).
Una piccola considerazione: a me il 3D non dispiace, come non mi dispiace la visione a Planetarium (l'ho provata ad Amsterdam) anche se riconosco fa male al collo in un modo incredibile; non sono una persona particolarmente nostalgica, nel senso che rimango aperta alle nuove tecnologie/adattamenti che spesso mi garbano assai. Però io adoro disegnare, oltre che scrivere e sono praticamente cresciuta col callo dello scrittore. Insomma, a me piacciono i disegni in 2D perché per me sono qualcosa di intimo e familiare. E sono comunque una tecnica di animazione che va preservata e non deve estinguersi. Non mi piace considerarla come "primitiva" ma come una tecnica a sé!

lunedì 1 settembre 2014

Film introversi, non si è soli nemmeno nella solitudine

Definisco film "introversi" quelli che parlano di personaggi timidi e sociofobici.
Il motivo per cui amo questi film è che io sono così: timidissima e completamente incapace di fare amicizia. Non sto scherzando e non fa ridere. Sono solitaria non perché non apprezzo l'essere umano ma perché la mia timidezza mi impedisce qualsiasi interazione sociale e nella mia vita non so quante occasioni ho perso a causa di questa cosa. Credo che sia tutto dovuto al fatto che i miei compagni mi prendevano in giro perché soffro di sigmatismo e zetacismo (giusto per intenderci, parlo come Jovanotti) e questa cosa col tempo ha finito col bloccarmi -motivo per cui ho aperto un blog e non un canale youtube-; come se non bastasse, ho una fortissima cadenza sarda e pare che questo sia un divertente motivo per sbeffeggiarmi.  Se poi ci aggiungiamo il fatto che sono una persona molto, molto, molto ansiosa il gioco è fatto. Quando mi capita di dare esami orali all'università sfoggio un italiano e un inglese che vi assicuro è imbarazzante, nonostante tutti in situazione di quiete, si complimentino sempre per il mio lessico. Insomma, questa cosa sta compromettendo la mia sanità mentale, non sto scherzando. Quindi ho deciso di rincorrere ai ripari e ho iniziato a leggere Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita di Giulio Cesare Giacobbe, autore che alcuni miei amici mi avevano già in precedenza lodato e consigliato. In sostanza si tratta di una divertente guida del 2003 che si propone tramite alcuni esercizi di yoga e buddhismo zen (eh lo so, sembra già figo così) di farti vivere una vita normale. Credo che dopo questo libro proverò qualche altra guida dello stesso autore come La paura è una sega mentale e magari come diventare un Buddha in cinque settimane. Ecco alcuni protagonisti dei film che hanno disperatamente bisogno di leggere questo libro, esattamente come me:

Angélique Delange & Jean-Réne, protagonisti di Gli emotivi anonimi (Les émotifs anonymes, 2010 Francia, directed by Jean-Pierre Améris). Amo questo film, è uno dei miei preferiti (ma non quello in assoluto, a cui voglio dedicare un post a parte) ed è naturalmente francese. Dunque: chi sono gli emotivi anonimi? Esattamente come gli alcolisti anonimi, sono un gruppo di supporto dove a far da protagonista è l'emotività e la timidezza. I partecipanti sono veri e propri casi umani, roba dell'altro mondo e Angélique ne fa parte. Lei è una cioccolataia bravissima che vive sotto mentite sponde perché incapace di mostrarsi al pubblico e godersi il meritato successo. Jean-Réne invece è a capo di una piccola azienda di cioccolato in crisi -anche a causa della sua timidezza-, che non riesce a legare in alcun modo con le donne e che conscio di questo è in cura dallo psicologo. Quando quest'ultimo darà a Jean-Réne il compito di interagire con la timida Angélique, ci saranno una serie di avvenimenti tragicomici che, vi giuro, mi hanno fato ridere di quella che in fin dei conti è la mia stessa debolezza portata all'esagerazione. Il finale soprattutto, è bellissimo: i due pronti a sposarsi decidono di fuggire assieme perché incapaci di sostenere la tensione, vivendo quindi la loro fobia sociale insieme.

James Sveck, di Un giorno questo dolore ti sarà utile (One day this pain will be useful to you, 2011, Italia/USA, directed by Roberto Faenza). Non potrò mai dimenticarmi questo film e come l'ho visto, sembrava uno scherzo del destino: l'anno della mia maturità ho partecipato come giuria per il David di Donatello e, in poche parole, quello che dovevo fare era semplicemente recarmi al cinema una volta a settimana per guardare un film "a scrocca". Non mi capita mai di arrivare tardi in posti dove devo entrare in una stanza piena di gente, come può essere appunto il cinema o ad esempio una lezione in facoltà. Però quella volta successe ed ero molto combattuta tra l'entrare nella sala e passare inevitabilmente sotto lo sguardo di tutti o tornare a casa e uscire dal progetto, visto che avevo terminato le assenza possibili. Alla fine, grazie all'aiuto del buio in sala, entrai e fu lì che conobbi James Sveck nato prima di tutto come personaggio "introverso" del mondo letterario (il film è tratto dall'omonimo romanzo di Peter Cameron. Se vi dovesse capitare leggetelo, è meraviglioso). James è solitario, timido, il migliore amico del suo cane, definito un disadattato perché durante una gita con la classe in preda ad un attacco di panico fuggì dal guppo e passò diversi giorni da solo in un museo a fare quello che più gli piace, ovvero leggere. Nonostante nella sua famiglia siano tutti abbastanza bizzarri, James è l'unico che viene mandato da una life coach, in seguito alla sua decisione di non andare all'università e di trasferirsi a vivere in una casa lontano dal caos di NY. Quando poi James ingannerà, senza sapere nemmeno lui il perché, un ragazzone che lavora alla galleria della madre creando non pochi problemi, cercherà e troverà conforto nell'unica persona che l'ha sempre sostenuto: sua nonna. Il punto cruciale di della solitudine di Sveck credo sia la lotta tra la sua consapevole introversione e l'inconscia ricerca di un'anima gemella, quasi come per ribadire il concetto che anche le anime più solitarie hanno bisogno di qualcuno al proprio fianco.

Lars Lindstorm, da Lars e una ragazza tutta sua (Lars and the real girl, 2007, USA, directed by Crieg Gillespie). Semplicemente non crederete ai vostri occhi: Lars (un semprebello Ryan Gosling) è così timido che sembra avere un qualche ritardo mentale. Rifiuta qualsiasi interazione, snobba una sua collega carinissima che cerca in tutti i modi di conquistarlo e soprattutto si innamora... di una real doll a grandezza naturale. Lars la chiama Bianca ed inventa per lei una biografia perfetta nei minimi dettagli: di origini brasiliane, è paralitica e costretta in una sedia a rotelle (così da poter giustificare il fatto che una bambola non può camminare). Inoltre, essendo entrambi fortemente credenti, chiede al fratello e a sua moglie incinta di ospitare la ragazza, perché entrambi non sono d'accordo a dormire assieme. La psicoanalista a cui il fratello si rivolgerà ovviamente preoccupato per il fratello, consiglia di trattare Bianca come se fosse reale assecondando quindi Lars e coinvolgere l'intera comunità nella farsa. La cosa funziona, infatti sarà Lars stesso a far ammalare Bianca che morirà nel giro di non molto tempo. Paradossalmente Lars guarirà dalla sua timidezza e potrà finalmente farsi una vita sociale (so che volete sapere come finisce tra lui e la collega, ma non ve lo dico).

Amélie e Nino de Il favoloso mondo di Amélie (Le fabuleux destin de Amélie, 2001, Francia, directed by Jean-Pierre Jeunet). Credo che i più abbiano visto questo film, quindi credo che capiscano benissimo perché Amélie rientra in questa categoria. E Nino pure, è timido persino il suo hobby di collezionista di fototessere. Amélie è una ragazza particolare, del tutto fuori dagli schemi sociali e, anche in questo caso, si innamora di uno come lei. Però, attenzione, ci sono altri due personaggi all'interno del film che rientrano in questa categoria di cui però purtroppo non ricordo il nome e internet stavolta non è riuscito ad aiutarmi: la collega di Amélie al "Café des 3 moulins" e il fedele cliente. Questi due personaggi passano buona parte di film a scambiarsi sguardi timidi e al contempo passionali, creando un casino dopo l'altro e senza in pratica mai concludere niente. Alla fine la passione che poi scoppierà in bagno, piuttosto rumorosamente. Per la gioia di tutti.

Renée Michel e Paloma Josse de il riccio (Le Hérisson, 2009, Francia, directed by Mona Achace). Il titolo è già una metafora perfetta, quello del romanzo da cui è tratto lo è anche di più: l'eleganza del riccio, di Muriel Barbery. Renée è la portinaia di un palazzo, che si mostra con chi abita nel palazzo come burbera e antipatica, capace di voler bene solo al suo gatto. In realtà la donna vuole nascondere a tutti i costi la sua passione per la letteratura e la filosofia. Paloma Josse invece è un'undicenne estremamente intelligente, che si rifiuta di diventare come gli adulti e pertanto brama il suicidio il giorno del suo dodicesimo compleanno. Tra Renée e Paloma nascerà una profonda ed intima amicizia, conciliata da Kakuro Ozu, che fra l'altro riuscirà a far ammorbidire il cuore vedovo e sofferente di Renée. Dimostrazione di come due persone che non riescono ad integrarsi nella società possono essere la salvezza l'una per l'altra.

Ce ne sono altri milioni di personaggi del genere, ma questi sono senza dubbio sulla mia top-fiver personale. Aggiungerei anche Edward mani di forbici ma alla fine, poveraccio, aveva anche ragione a sentirsi un attimino fuori dal comune. Esistono ad esempio una serie di documentari, manga e anime che parlano dell'Hikikomori, ovvero una sindrome sviluppata soprattutto in Giappone dove baldi giovani e meno giovani si isolano volontariamente, vivendo in un modo artificiale fatto di fumetti e tv. In Asia, dove le aspettative lavorative e scolastiche raggiungono livelli che metterebbero a rischio la sanità mentale di chiunque, è un fenomeno pericolosamente in crescita. Ma finché non si raggiunge quel tipo di eccesso, i timidi di questa loro particolarità possono riderne.

venerdì 29 agosto 2014

Cinema asiatico contemporaneo: tre belle proiezioni da vedere

Diciamo che in passato non amavo i film asiatici eccetto qualche proiezione che non si può non lodare come La foresta dei pugnali volanti o La tigre e il dragone. Probabilmente il mio astio nasce dal fatto che mal sopporto i film con scene lunghe e inconsistenti, spesso con pochissimi dialoghi (come ce ne sono taaaanti francesi dello stesso tipo, ad esempio Il figlio, che ho visto ieri).
Ah, a proposito, io faccio parte di quelle poche anime a cui 47 Ronin è piaciuto. Certo, non ho tanto gradito che i Tengu fossero "snasati", ma per il resto mi è piaciuta moltissimo la rivisitazione della storia e dopo averlo visto in streaming mi sono fiondata al cinema per vederlo in HQ.
Tornando a noi, sono solita noleggiare i dvd nella biblioteca del mio paese e qualche volta vengono portate anche certe perle che nessuno mai prende perché ad esse vengono preferiti titoli più noti... e americani. Mia madre però prende in pratica tutto quello che non ha visto, infatti credo di aver guardato anche una quantità non indifferente di film sul medio oriente -magari come mi tornano in mente pian piano, faccio un listone e gli dedico un post-. E per un paio di pomeriggi di fila, insieme, dopo pranzo, ci siamo concesse tre la visione di tre piccole e silenziose proiezioni made in Asia, un continente che si sta prepotentemente prendendo un posto speciale nel mio cuore.

 The Bow (활 Hwal, 2005, Corea del Sud, directed by Kim Ki-duk). Premessa: se non vi piacciono e vi annoiano a morte i film con pochi dialoghi, rinunciare in partenza, ci lascereste le penne di sicuro. E quando dico "pochi dialoghi" son seria: per la bellezza di 90 minuti i protagonisti non dicono una parola, nemmeno una. Al limite emettono qualche suono (una risata, un lamento, un, ehm... gemito), gli unici dialoghi sono quelli che i pescatori hanno fra di loro o cercano di avere con i protagonisti. Ve li voglio proprio presentare questi due muti personaggi: un uomo di sessant'anni e una ragazza di appena 16. Per buona parte del film ho creduto che l'uomo avesse salvato la bambina da chissà quale avversità e mi sbagliavo: l'egregio signore ha rapito la bambina quando questa aveva appena sei anni, se l'è portata sulla nave e ora attende il suo diciassettesimo compleanno per sposarla. La ragazza, pover'anima, non ha capito nulla di tutto questo e lascia che l'uomo si prenda cura di lei come un padre (un padre abbastanza pudico, le fa il bagno ogni sera ma non la guarda mai nuda), che intanto ogni santissima notte segna sul calendario i giorni che mancano a coronare il suo sogno d'amore. I due campano affittando la nave ai pescatori, uomini che spesso molestano l'ingenua sedicenne e che l'uomo prontamente minaccia con arco & frecce e predicendo il futuro con l'ausilio per sopracitato strumento, facendo un rito pericoloso e abbastanza ansiogeno.
Un giorno arriva alla barca un ragazzo liceale e si innamora della ragazza, che lo ricambia. Qui la situazione inizia a farsi più complessa: l'uomo si ingelosisce, la ragazza infastidita lo provoca e nel frattempo e scopre del matrimonio. Decide di lasciare la nave con l'aiuto del ragazzo che, non riuscendo ad accettare la situazione, ha rintracciato i genitori di lei che ancora la cercano. L'uomo anziano, non riuscendo ad accettare la fuga di lei, cerca di uccidersi, lei lo capisce, torna indietro e decide di SPOSARLO (ebbene sì). Il tutto difronte a quel povero ragazzo che si è fatto in 4 per cercare di salvarla, rischiando più volte di pungersi il culo grazie alle frecce gelose del vecchio arciere. Quando gli sposini prendono il largo per consumare le nozze mentre il ragazzetto rimane sulla nave con due galline, il vecchio improvvisamente capisce che non può averla e che non sarebbe giusto (o almeno questo è quello che ho dedotto io), quindi si butta in mare. La bella signorina mentre lui faceva queste considerazioni morali, ne ha approfittato per farsi un pisolino, quindi si accorgerà di esser vedova solo al suo risveglio. Ma è qui che accade una cosa meravigliosa, la scena più bella del film... che non ho alcuna intenzione di rivelarvi.
Ora, anche se ne parlo in toni estremamente ironici, il film mi è piaciuto molto. Come storia è un po' paradossale, però se avete abbastanza pazienza ed intuito, credo che si meriti un po' del vostro pomeriggio.

Poetry (Shi, 2010, Corea dl Sud, directed by Lee Chang-dong). Una ragazza si suicida e dal suo diario vien fuori che ha compiuto l'orribile gesto dopo aver subito per mesi violenza da parte dei suoi compagni. Nel frattempo Mija, donna affetta da alzheimer, badante che vive assieme al nipote affidatogli dalla madre a seguito della sua separazione, si iscrive ad un corso di poesia. Il maestro del corso chiede ai suoi allievi di scrivere una poesia da leggere poi in classe l'ultimo giorno ed il film gira proprio intorno alla ricerca d'ispirazione della donna che, a causa dei motivi che fra poco vi spiegherò, non riesce a mettere insieme più versi. La vita della donna e quella della ragazza suicidata si intersecano, infatti, nel peggiore di modi: tra i ragazzi che hanno stuprato la ragazza c'è anche il suo amato nipote. Alla riunione con i padri degli altri ragazzi stupratori Mija viene a conoscenza del fatto che c'è la possibilità di occultare il fatto (e garantire di conseguenza un futuro ai ragazzi) pagando ai genitori della malcapitata una cifra che la donna, visto il suo modesto lavoro e la sua misera pensione, non può assolutamente permettersi. Tutto questo, unito al senso di colpa per il gesto del nipote dopo aver conosciuto la madre della ragazza, la porteranno in un momento di debolezza a sfogarsi con un poliziotto e raccontagli l'accaduto. La donna farà sesso con l'uomo per cui lavora, invalido, per poi ricattarlo ed avere così i soldi da dare ai genitori della suicidata. Il nipote verrà arrestato e la Mija finalmente avrà la coscienza libera e sarà in grado di comporre la tanto desiderata poesia.
Il finale è un po' enigmatico, quindi non mi sembra corretto darvi la mia versione.


A Simple Life (Tao Jie, 2011, Hong Kong, directed by Ann Hui). A Simple Life è un film, semplice. Semplicemente splendido. Racconta la storia vera di Roger Lee (Leung nel film) e della sua amah (qualcosa di simile ad una governante) Ah Tao. Ah Tao lavora per la famiglia Leung da quando aveva appena tredici anni e quando tutti si son trasferiti in America, lei si occupa di Roger, rimasto in Cina dove lavora come produttore cinematografico. Un giorno Ah Tao ha  un'infarto che le cause un'emiparesi a seguito della quale decide di ritirarsi in una casa per anziani. Roger decide di pagare tutto e non è disposto ad abbandonarla: andrà a trovarla e si occuperà di lei fino alla fine. Come ho detto, è un film semplice ma di una sostanza incredibile. L'affetto e la gratitudine che tutta la famiglia Roger prova nei confronti di Ah Tao mi ha riempito il cuore, davvero. E il tutto si racchiude nella frase di chiusura al funerale di Ah, quando Roger semplicemente, dice «Ah Tao è stata un dono del cielo per la nostra famiglia»

mercoledì 27 agosto 2014

Apartheid films, i cinque migliori secondo me

Lo so, lo so, lo so. Non pubblico tipo da due settimane e di questo passo non andrò tanto lontano. E la cosa più bella di tutte è che NON ho ancora avuto la possibilità di vedere un bel filmone nuovo, però in compenso, mentre lavoravo (ecco qui il motivo per cui non ho aggiornato la mia creatura) e guardavo un film sull'apartheid, mi è venuto in mente l'ennesima lista di film imperdibili.
È un argomento che mi sta molto a cuore e credo che sia un argomento ancora molto attuale, soprattutto dopo la recente morte di Michael Brown e Kajieme Powel.
Premesso che purtroppo non ho ancor visto 12 anni schiavo, ecco i 5 film migliori sull'apartheid in ordine cronologico:

Il buio oltre la siepe (To kill a Mockingbird) è un film del 1962, in bianco e nero. L'apartheid qui è una storia di "contorno": a fare da protagonista infatti, è l'innocente curiosità di Jem e Scout nei confronti del loro vicino malato di mente Boo. Il razzismo qui è raccontato tramite l'avvocato Taylor, padre dei ragazzi, che decide nonostante le innegabili difficoltà del caso di difendere Tom Robinson, un tuttofare nero accusato da signor Bob Ewell di aver violentato sua figlia. Taylor riesce a provare l'innocenza di Robinson ma i giudici, sopraffatti dall'odio razziale, decidono di condannarlo lo stesso. Il povero tuttofare, disperato, si suicida ed è particolarmente straziante la scena in cui i parenti dell'uomo vengono a conoscenza della sua morte. L'avvocato, almeno, riuscirà a smascherare Ewell e ad accusarlo pubblicamente di essere stato lui, in realtà a violentare la figlia. Non spoilero il finale perché so che molti ancora non l'hanno visto.

La vita segreta delle api (The segret life of bees) è un bellissimo film del 2008. Durante un violento litigio tra i genitori la piccola Lily, rinchiusa nel suo armadio, uccide sua madre. Durante l'adolescenza Lily decide di scappare insieme alla sua tata-governante, per sfuggire dal padre violento e scoprire se le dure parole che l'uomo usava riferendosi ala sua madre defunta corrispondessero al vero. Dopo lungo vagare, finisce in una piccola casa di campagna rosa caraibico, dove delle donne di colore producono un pregiatissimo miele chiamato la Madonna Nera e, tempo addietro, ospitarono la madre della ragazza sia nell'adolescenza che quando decise di fuggire dal marito che la maltrattava. Lily proverà l'apartheid in prima persona quando il ragazzo che lavora nella piccola ditta viene arrestato senza motivi per precisi e una delle tre sorelle, mentalmente instabile, non regge al dolore per l'accaduto e si suicida , consapevole dal fatto che i neri che vengono arrestati, o meglio rapiti, difficilmente potranno far ritorno a casa propria.


Non poteva mancare all'appello The Help, di cui ho anche letto il romanzo. Un film che mi ha fatto piangere sinceramente. Credo sia un film abbastanza conosciuto, ma io ve lo racconto lo stesso: Skeeter è un'ispirante scrittrice e giornalista, figlia di una famiglia facoltosa e, come tutte le ragazze del quartiere, cresciute dalle proprie tate afroamericane. Al suo rientro dall'università scopre che Costantine, la sua tata, non lavora più per la sua famiglia ma i tristissimi motivi, li scoprirà solo alla fine del film. Skeeter non si presenta come le altre sue coetanee, la cui aspirazione di vita è sfornare figli e vivere agiatamente, infatti mette al primo posto la propria carriera. Inoltre non solo si mostra ben disposta verso le governanti, ma si ritrova anche molto infastidita dai comportamenti razzisti delle sue amiche (come un bagno separato per chi è di colore) dalle quali piano piano di allontanerà. Solo la bella Celia Foote (anch'essa esclusa dal gruppo) e suo marito dimostrano, nell'intero quartiere, di avere una mentalità aperta nei confronti delle governanti.
Skeeter decide di scrivere un libro sulla vita delle governanti. Inizialmente sono solo due le governanti disposte ad accettare questo rischio: Aibileen, che cerca giustizia per suo figlio e il personaggio più spinoso del film Minny, che a seguito del licenziamento è mossa da un odio verso i bianchi che si placherà solo quando Celia si mostrerà rispettosa con lei. Quando Medgar Evers verrà assassinato tutte le donne si uniranno al progetto e tutte, in un certo senso, riusciranno a vendicarsi dei soprusi ricevuti raccontando particolari delle vite delle famiglie per cui hanno lavorato.

Django Unchained racconta credo il periodo peggiore dell'apartheid americano, quando gli uomini erano schiavi di grandi proprietari terrieri. Django lavora, insieme a sua moglie, nelle piantagioni. Un giorno viene separato dall'amata per essere venduto altrove. Durante l'attraversata viene intercettato da un cacciatore di taglie tedesco, il dottor King Schulz che ha bisogno di lui per ritrovare due malviventi. I due stringono un patto secondo il quale, in seguito all'arresto dei due malviventi, Django sarebbe diventato un uomo libero. I due si affezionano e cominciano a lavorare insieme e al momento di lasciarsi Schulz decide di aiutare Django a completare quello che era sempre stato il suo obbiettivo: ritrovare e liberare sua moglie Broomhilda. Inutile dire che, essendo di Tarantino il film è tanto, tanto, tanto violento e che il sangue scorre a fiotti, dalla prima alla seconda scena. Comunque funziona, rende bene l'idea: una mia carissima collega ha insistito tanto affinché lo vedessi e ora posso dire che ha fatto bene: in fin dei conti tutta quella crudeltà corrisponde al vero, ma almeno ci concede un sanguinosissimo lieto fine.

L'ultimo è The Butler. Ovvero un film che racconta i disagi fra un padre maggiordomo, fiero devoto ai bianchi e convinto di meritarsi un trattamento differente e suo figlio Louis, un giovane universitario attivista che non china la testa e lotta la uguali diritti.
Cecil Gaines è un maggiordomo alla casa bianca che ha passato la sua infanzia in una piantagione. Lì ha visto sua madre venir stuprata dal padrone che ha subito dopo sparato a suo padre che ha osato ribellarsi e di nuovo sua madre chiudersi in un mutismo post-traumatico. A seguito dei tragici eventi, la madre del padrone lo prese sotto la sua ala dove imparò a prendersi cura di bianchi e ad amare farlo. Cresciuto, abbandonò la piantagione e fece carriera, tanto da riuscire a diventare il maggiordomo per ben sette presidenti americani (da Eisenhowher a Regan ) e si fece una famiglia. Inizialmente a Cecil non sembra importare delle disuguaglianze tra i maggiordomi neri e quelli bianchi che lavorano alla Casa Bianca e rompe i rapporti col figlio che entra ed esce di galera a seguito alla manifestazioni di cui è promotore, ma quando il figlio più piccolo si arruola in Vietnam per servire il paese e muore, il suo atteggiamento cambia: inizia a chiedere come mai, ad esempio, i maggiordomi neri siano pagati la metà di quelli bianchi e in cambio riceve solo minacce di licenziamento, nonostante Cecil sia amatissimo alla Casa Bianca. Ma è quando Luther King muore e il figlio riesce ad entrare in politica, giudicato come un "eroe" che Cecil non chiede ma pretende, forte anche dell'atteggiamento sempre più tollerante dei presidenti che man mano si susseguono.

giovedì 7 agosto 2014

Qualche riflessione sullo studio Ghibli

Domenica è arrivata una notizia sconvolgente per tutti gli amanti dell'animazione e del Giappone: lo studio Ghibli avrebbe chiuso i battenti...
...poi si è rivelato tutto un errore di traduzione: in realtà ci sarà solo una ristrutturazione generale degli studi. E quindi niente. Ci siamo spaventati per niente.
Cioè, parliamoci chiaro: mi ricordo ancora quando ho letto la notizia che Miyazaki si sarebbe ritirato. Mi ricordo l'attimo esatto, è stato un po' come quel momento in cui i tuoi genitori ti dicono che Babbo Natale non esiste.

Però il punto non è questo. Su internet ho letto commenti del tipo «ma se Miyazaki non c'è più, allora è meglio che chiuda». Io non la penso così, sinceramente. Gli studi Disney non sono morti insieme al signor Walt, sfornano ancora capolavori su capolavori (tra un po' esce Big Hero 6 ed io mi sono innamorata già dal trailer). Inoltre Miyazaki ha assicurato che rimarrà agli studi per tenere sotto controllo l'andamento generale dei Ghibli, quindi chi dubita può pure tirare un sospiro di sollievo. Io non ho paura di questo e i "motivi" sono principalmente due... anzi tre:

Il primo si chiama Isao Takahata, co-fondatore degli studios. Lui è ancora nel pieno dei giochi ed è quel personaggio che deve ricordarvi che "Ghibli" non è sinonimo di "Miyazaki". Isao ha prodotto una delle mie opere preferite dello studio Ghibli: Pom Poko, noleggiato nella biblioteca del mio paese. Si trovava nella sezione dei bambini, non l'aveva mai noleggiato nessuno (triste destino che condividono molte pellicole nipponiche). Pom poko è la traduzione onomatopeica del verso dei Tanuki, dei canidi simili al procione che si trovano in Asia. Sono moooooolto, molto carini. Comunque, in sostanza, il film racconta della lotta dei tanuki per riprendersi la loro collina, ormai sotto il controllo degli umani (un po' come Princess Mononoke, che uscirà 3 anni più tardi). Per cercare di salvare il proprio territorio si rifaranno a quella capacità attribuitagli dalle leggende giapponesi: si trasformeranno, in umani. Ah, e useranno i loro... ehm, testicoli, per aiutarsi in certe situazioni. Un'altra opera a me molto cara dello studio è Una tomba per le lucciole. Non vi voglio spoilerare niente, vi consiglio solo di munirvi di fazzoletti, soprattutto se avete la lacrima facile come me. Alla regia c'è sempre Takahata: il primo motivo per cui continuerò ad avere fiducia nello studio.


Il secondo motivo di chiama Gorō Miyazaki, ed è il figlio di Hayao. Lo so che è stato molto criticato, ma a me I racconti di Terramare sono piaciuti e comunque, dobbiamo considerare che era la opera del debutto. E diciamocelo, già con La collina dei papaveri si vede un netto miglioramento. Diciamo che sembra aver ereditato dal suo papà e, questo, è il secondo motivo.

L'ultimo motivo è Hiromasa Yonebayashi , il regista del mio film preferito in assoluto dello studio Ghibli: Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento. Racconta una storia in stile pollicino, ma in perfetto stile Ghibli. L'ho visto 3 volte in pochissimo tempo, ne sono rimasta entusiasta. Il 19 Luglio è uscito Omoide no Marnie. È un film importante, che ha incassato molto ed ha rappresentato uno spiraglio di luce nel periodo buio tra il ritiro di Hayao e il flop de La principessa splendente. Non l'ho ancora visto, ma io del gusto dei giapponesi tendo a fidarmi. 


E questi sono 3 motivi, attuali. Ma arriveranno altri registi, nuovi, portatori di  novità. Che spero sapranno conservare la tradizione e al tempo stesso dare nuove linee allo studio. Non è ancora tempo di crisi per lo studio Ghibli... probabilmente non lo sarà mai.